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di Patrizio Gonnella*

Il Manifesto, 25 aprile 2025

Nelle stesse ore in cui il mondo ricordava l’impegno di Papa Francesco per un carcere meno truce, il Parlamento discuteva il decreto legge sicurezza. Papa Francesco è stato un nostro compagno di lotte per assicurare diritti e dignità nelle carceri. Inascoltati noi, inascoltato lui. Monsignor Benoni Ambarus, delegato del Papa a occuparsi di carceri e carità, nel ricordare che Francesco ha donato i suoi ultimi averi a favore dei ragazzi reclusi nel carcere minorile di Casal del Marmo a Roma, con amarezza ha constatato come il bilancio del suo mandato sia da considerarsi del tutto negativo a causa dell’inerzia colpevole di governi e governanti. “Ogni volta che entro in carcere mi domando perché loro e non io”, era il suo mantra.

Questa frase l’ha ripetuta anche giovedì scorso nella sua ultima visita istituzionale, nel carcere romano di Regina Coeli. Papa Francesco aveva dei tratti paragonabili a quelli di Johnny Cash quando andò a cantare nelle prigioni di Folsom e St. Quentin. Sia papa Francesco che Johnny Cash si sono presentati ai detenuti come fossero uno di loro. Non hanno mai parlato o cantato dall’alto verso il basso. Quella di Francesco non era una frase di circostanza. Nel dire ai prigionieri che era uno di loro voleva rompere con la superbia morale di chi stigmatizza i detenuti come nemici da abbattere.

L’amministrazione penitenziaria ha dato la sua disponibilità a far partecipare alcuni detenuti ai funerali di Francesco. Se potessero ci andrebbero tutti i sessantaduemila detenuti ammassati nelle prigioni italiane, nonché quelli che lui ha incontrato in giro per il mondo. Papa Francesco non ha mai chiesto pietà per i carcerati. Quando parlava di detenuti come capri espiatori, di cautela nella pena, di ergastolo come pena di morte nascosta, di diritto penale razzista, di mettere al bando la tortura aveva in testa un progetto sociale, giuridico e culturale fortemente critico nei confronti del potere neoliberale che produce una giustizia selettiva e di classe.

Sia nel suo discorso del 2014 rivolto all’associazione internazionale dei penalisti che nell’enciclica Fratelli tutti del 2020, riecheggiano parole e concetti che nulla hanno a che fare con la retorica della redenzione che fino ad allora aveva caratterizzato il pietismo cattolico verso i carcerati peccatori. Le sue parole chiave sono altre: dignità, solidarietà, uguaglianza. Il detenuto non è visto come un peccatore ma come qualcuno che ha commesso una violazione di legge. Peccato e reato non coincidono. E la legge è un prodotto artificioso dell’uomo.

Francesco ha scritto che “negli ultimi decenni si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina”. I peccatori sono gli altri, ossia quelli che hanno tradito il diritto penale liberale provocando la sua degenerazione antidemocratica nel diritto penale del nemico. Ancora una volta ci aiuta la musica d’oltreoceano. Orphans: Brawlers, Bawlers and Bastards cantava Tom Waits. Sono i poveri, gli esclusi, i reietti, gli immigrati i nuovi nemici contro cui si rivolge la spirale repressiva.

Non si era mai sentito un Papa dire che “c’è la tendenza a costruire deliberatamente dei nemici: figure stereotipate, che concentrano in sé stesse tutte le caratteristiche che la società percepisce o interpreta come minacciose. I meccanismi di formazione di queste immagini sono i medesimi che, a suo tempo, permisero l’espansione delle idee razziste”. Nelle stesse ore in cui il mondo ricordava l’impegno di papa Francesco per un carcere meno truce, il parlamento discuteva il decreto legge sicurezza. Altro che cautela nella pena. Qualora dovesse essere approvato il nuovo reato di rivolta penitenziaria che punisce chi protesta in modo nonviolento, saranno seppelliti in carcere ragazzi, persone con problemi psichiatrici, tossicodipendenti.

È un passo di non ritorno verso il passato e la premodernità punitiva. Cantava Guccini: l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto. È un Dio che è morto quello che fa marcire in galera i prigionieri. Papa Francesco lo sapeva bene e ce lo ha ricordato stazione per stazione durante la Via Crucis in pieno lockdown. Ha provato a rimettere in moto il meccanismo dell’empatia. A giudicare dalla risposta dei nostri governanti, purtroppo non ci è riuscito.

*Presidente Associazione Antigone