di Gianpaolo Catanzariti*
Il Dubbio, 10 ottobre 2026
Ho avuto la fortuna di assistere, nei giorni scorsi nel carcere di Poggioreale, a qualcosa di raro. In un tempo in cui del carcere si discute spesso senza ascoltare chi lo vive, lì si è ribaltata la prospettiva. Forse proprio ciò risiede il valore più autentico dell’iniziativa nata attorno al romanzo “Se fioriscono le spine” di Glauco Giostra. Un libro che avvolge e coinvolge il lettore con la sua fitta trama e che oggi, attraverso questo esperimento tra le sbarre voluto fortemente dall’autore, lascia un segno destinato a durare nel tempo. Mi sono avvicinato a questo appuntamento con particolare curiosità. Lo spirito, condiviso anche con Glauco Giostra, era semplice, ma per nulla banale. Lasciar parlare le persone detenute che avevano letto il romanzo, di cui erano state donate alcune copie tre mesi or sono. Comprendere cosa avessero provato, quali riflessioni avesse suscitato in loro la lettura, quale impressione e giudizio sullo spaccato umano e sociale descritto in quelle pagine. Poche battute degli esperti, benché presenti e anche di spessore all’evento. Nessuna passerella istituzionale. Solo uomini ristretti in carcere che, partendo dalla lettura, hanno raccontato paure, speranze, fallimenti e desideri di riscatto.
“Lasciamoli parlare”. È stata questa, in fondo, l’idea più semplice e insieme più rivoluzionaria dell’incontro del 29 settembre scorso.
“Se fioriscono le spine” non è un romanzo sul carcere, né dal carcere. Sono molto di più le pagine ambientate fuori dal carcere. Eppure, il carcere resta lo sfondo che tiene insieme i 37 brevi capitoli del libro. Quel buco nero che sembra inghiottire identità, umanità, dignità, affetti e prospettive. Eppure, paradossalmente, proprio da quella condizione estrema può nascere una forza di reazione, una tensione verso la ricostruzione di sé e verso una nuova possibilità di vita.
Molti avevano letto. Molti han dimostrato come una lettura capace di coinvolgere possa far emergere quella dimensione umana che il dibattito pubblico tende a ignorare. Altri, con osservazioni brevi, ma incisive, hanno messo in luce le contraddizioni di un sistema, incapace di mettersi in gioco, rinnovandosi per rinnovare l’uomo.
Ascoltando i loro interventi, mi ha colpito la confessione di un detenuto che riconosceva nelle vicende dei protagonisti del romanzo storie drammaticamente realistiche. Percorsi segnati dal male subito e poi restituito agli altri, ma anche dalla capacità di compiere scelte di grande altruismo. Fino a sacrificare sé stessi per salvare altri. Sino a rinunciare, per la vita altrui, al diritto di abbandonarsi alla disperazione. Mi ha colpito, allo stesso tempo, l’amarezza con cui veniva denunciata la distanza tra l’idea di giustizia riparativa evocata nel libro e quella concretamente praticabile da molti detenuti.
Altrettanto significativa è stata la riflessione di un altro partecipante sulla difficoltà del ritorno alla libertà e sulla paura di gestire la libertà. Il passaggio dalla cella alla strada che si trasforma in uno shock da rientro. Da un lato un carcere che deresponsabilizza, con i suoi tempi imposti e prevedibili. Dall’altro una realtà che richiede decisioni continue, responsabilità e capacità di orientarsi autonomamente. In assenza di un accompagnamento graduale. Senza un’adeguata “scuola guida” interna, la “fine della pena” rischia di trasformarsi nell’inizio di nuove fragilità.
Era il racconto di chi aveva fallito una misura alternativa, ma era anche qualcosa di più. La denuncia di una solitudine istituzionale che contribuisce a spiegare molte recidive. Una testimonianza di quanto la detenzione spesso funga da contenitore del problema, ma assai più raramente è capace di curarlo nelle sue cause profonde.
È stata questa la vera novità dell’iniziativa. Rompere il muro del silenzio, semplicemente lasciando parlare, più che gli esperti, i detenuti.
Creare occasioni nelle quali la voce delle persone detenute possa essere ascoltata senza pregiudizi. Non per assolvere, giustificare o dimenticare le responsabilità individuali, ma per comprendere e costruire percorsi più efficaci di reinserimento e di sicurezza sociale.
Ecco perché l’esperimento napoletano non può rimanere un episodio isolato. Lo spazio alla parola, anche in luoghi segnati dalla sofferenza e dall’esclusione, produce verità che nessuna statistica e nessun dibattito possono mai restituire. Io, per quanto possa servire, posso dire di avere intravisto, proprio nel carcere di Poggioreale, i semi, pur nascosti, capaci davvero di far fiorire le spine.
*Responsabile Osservatorio Carcere Dell’Ucpi









