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di Nicoletta Verna

La Stampa, 19 dicembre 2025

Il pluralismo è limitato nel digitale perché le piattaforme sono gestite da pochi grandi gruppi privati. Parlare di libertà di espressione, e di libertà tout court, ci pone di fronte a un nodo sostanziale. La libertà è un diritto, ovviamente, ma è anche un dovere. È una responsabilità, una scelta etica, un compito. Ce lo ricorda, fra i molti, Kant, che nella sua filosofia morale ripone la libertà nelle nostre motivazioni ad agire, ovvero nella decisione non forzata di obbedire alla legge di cui noi stessi siamo autori. Essere liberi significa in un certo senso dover essere liberi, cioè agire secondo il dovere morale o quello che Hans Jonas definirà principio di responsabilità: ogni gesto dell’uomo deve prendere in considerazione le conseguenze future delle sue scelte e dei suoi atti, in vista del bene comune.

Questo riguarda la libertà in qualunque sua forma, e dunque anche la libertà di espressione, che è sì un diritto, ma anche un valore collettivo (dunque di ognuno) da tutelare e da difendere. Il fatto che la libertà di espressione sia sempre più a rischio, che quest’anno sia diminuita in 44 Paesi, che nel mondo ci siano 500 giornalisti in carcere e 46 siano stati uccisi, che in Italia nel primo semestre del 2005 il numero dei giornalisti minacciati sia aumentato del 78%, segna un momento cruciale della nostra storia: secondo il Democracy Index dell’Economist, su 167 Paesi solo 24 vivono in democrazie complete (non l’Italia, classificata come democrazia imperfetta).

Fra i vari aspetti di questo tema gigantesco e complesso c’è, necessariamente, la responsabilità dei cittadini, intesa anche come l’attitudine di pensiero verso gli organi di informazione. Abbiamo chiaro il valore del pluralismo, dell’accesso all’informazione, della comunicazione libera? Siamo coinvolti nella difesa dei nostri diritti di base, e quanto? Se partiamo dall’assunto che informarsi sia anche un dovere civico, bisogna mettere in luce il forte vuoto di responsabilità, o più esattamente di fiducia, che permea la vita di molte persone. Su questo tema la fonte più autorevole è il Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford, che pubblica annualmente il Digital News Report.

La ricerca dice con chiarezza che in tutto il mondo, sia pure con le dovute distinzioni, gran parte del pubblico non si fida della maggior parte delle notizie. Per restare al nostro Paese, la percentuale di italiani che si dichiarano molto interessati alle notizie è crollata dal 74% nel 2016 a circa il 40% del 2024. Ingente (il 33%) anche la percentuale di soggetti che, semplicemente, rinunciano a informarsi, il cosiddetto news avoidance. Ed evitare le notizie significa essere sostanzialmente indifferenti anche al tema della libertà di stampa: se le news non sono rilevanti, non lo sarà nemmeno il come vengono diffuse. Questo è ancora più grave nel momento in cui la news avoidance e la deresponsabilizzazione vengono alimentate da interessi precisi. Sergio Mattarella alla Conferenza delle Ambasciatrici e degli Ambasciatori d’Italia ha denunciato che sono in atto attività di disinformazione e manipolazione volte, ad esempio, ad accreditare una presunta vulnerabilità delle opinioni pubbliche dei Paesi democratici. Si tratta di inediti ma opachi centri di potere con un’influenza sempre più ingente sui cittadini, specie quelli meno attivi e consapevoli, e dunque sulle scelte politiche del singolo Stato e internazionali.

C’è un ultimo punto dell’atteggiamento del pubblico verso la libertà di espressione che merita un cenno, ed è quello, più sottile, messo in luce Umberto Eco in una “Bustina di Minerva” del 1995. Eco esaminava gli esiti del referendum sulla legge Mammì, quello che intendeva ridurre a una sola le reti tv nazionali che potevano essere possedute da un singolo soggetto.

Si parlava ovviamente della Fininvest di Berlusconi, e lo scopo era evitare concentrazioni di mercato e di potere e aumentare il pluralismo. Vinse, come sappiamo, il “no”. “Quella sera”, scrive Eco, “riflettevo che se a un cittadino italiano medio fosse stata posta la domanda: preferisci che le televisioni private appartengano a uno solo o che esse esprimano il punto di vista di diversi proprietari?, la risposta sarebbe stata ovvia. Invece è accaduto il contrario”. E, nell’interrogarsi sulle cause, si risponde che chi ha votato no, così come gli astenuti, probabilmente non percepisce la televisione come soggetto politico, ma come puro elettrodomestico per l’intrattenimento. La propaganda per il no, infatti, era stata efficace perché non si basava su argomenti politici (tipo, appunto, la libertà di espressione) ma sulla promessa di continuare a offrire ai cittadini sempre più spettacoli, con testimonial come Mike Bongiorno e Vianello. Il problema della concentrazione, dice Eco, viene sottovalutato poiché non si riconosce alla TV il potere di orientare opinioni, emozioni e consenso. E, dunque, non pare rilevante un fatto che invece lo è: la proprietà dei media incide direttamente sulla libertà di espressione, perché limita il pluralismo ed è sempre, e necessariamente, legata alla politica. Oggi questo fatto è ancora più evidente: al posto della televisione agiscono piattaforme digitali, social e algoritmi, spesso controllati da pochi grandi gruppi privati. I social spingono ancora più della TV a trattare ogni notizia come intrattenimento perché tutto è misurato in engagement, le notizie competono con meme, video, pubblicità e vita privata, gli algoritmi premiano ciò che emoziona, non ciò che informa meglio. Il risultato è che la notizia non vale per la sua rilevanza pubblica, ma per la sua capacità di distrarre, radicalizzando ciò che Eco vedeva nella TV.

E anche in questo caso il potere si manifesta non come censura esplicita, ma come selezione della visibilità, amplificazione di certi temi e marginalizzazione di altri. Un pezzo della crisi della libertà di espressione, allora, consiste forse anche in questo. In un potere comunicativo che si presenta come sempre più neutro, leggero, trasparente, accessibile, innocuo, mentre modella in profondità il dibattito democratico. E lo indebolisce.