sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

 

di Giuseppe Pignatone

La Stampa, 11 maggio 2022

Uno dei temi cruciali per la riforma della giustizia è la scarsa efficienza di molti uffici giudiziari, una carenza obiettiva ma che non può essere attribuita tout court a una scarsa produttività individuale dei magistrati, perché questa ipotesi è ampiamente smentita, salvo - ovviamente - casi particolari, dalle statistiche europee, nonché dai numeri delle sentenze e dei provvedimenti adottati ogni anno.

Tuttavia, è opinione condivisa che vi siano larghi spazi per migliorare l’organizzazione del lavoro degli uffici e anche quello dei singoli magistrati. Assunto condivisibile per esperienza diretta e perché è confermato dalle differenze riscontrabili tra un ufficio e l’altro, tali che non è possibile trarre un criterio unico di valutazione, dato che situazioni di eccellenza o - all’opposto - di grave crisi, si riscontrano sia al Nord sia al Sud del Paese, sia tra i grandi uffici sia in quelli più piccoli.

Molti osservatori mettono giustamente in rilievo questo fenomeno che abbatte la fiducia dei cittadini nella Giustizia (e in chi la amministra) e ne individuano le cause, oltre che nella scarsità di risorse, cui dovrebbero porre rimedio i fondi del PNRR, nella responsabilità dei capi degli uffici e, più a monte, nei criteri adottati dal Csm nella scelta delle figure direttive. Non mi pare che l’analisi possa limitarsi a questi elementi, anche se è fisiologico che emergano casi evidenti di inadeguatezza fra i dirigenti di oltre 300 uffici giudiziari.

Il problema è più complesso. Molti magistrati che svolgono la funzione requirente e ancor più quella giudicante tendono a ritenere che il principio dell’assoluta indipendenza valga non solo per tutto ciò che attiene l’esercizio della giurisdizione (decidere una sentenza, formulare una richiesta di rinvio a giudizio, ecc.), ma si estenda anche all’organizzazione del lavoro e degli uffici, perché essa finisce con l’incidere (orientare, condizionare, esercitare un controllo) sul loro lavoro.

Il problema esiste ed è delicato. È sufficiente fare alcuni esempi che rispecchiano l’esperienza quotidiana: il rispetto dei criteri di priorità nella trattazione degli affari, la pianificazione delle udienze o, questione forse più comprensibile ai non addetti ai lavori, il contrasto fra la libertà di giudizio dei singoli magistrati e l’esigenza di assicurare uniformità e prevedibilità delle decisioni in casi seriali o almeno analoghi. Per essere più chiari: in quali casi ammettere il patteggiamento e in quali no? quale pena infliggere per reati che si ripetono con le stesse caratteristiche? e così via. Non sono questioni secondarie, non scioglierle incide pesantemente non solo sui tempi, ma anche sulla credibilità stessa dell’amministrazione della giustizia, dato che è molto difficile spiegare ai cittadini il motivo per cui due giudici di uno stesso ufficio adottano decisione diverse in situazioni a carattere seriale o addirittura identiche. Ma sono allo stesso tempo questioni molto delicate perché possono davvero riguardare la libertà del singolo giudice, prerogativa posta dalla legge a garanzia di ognuno di noi.

Su queste tematiche, i poteri dei capi degli uffici sono oggi estremamente limitati, tanto dalla legge quanto, ancor più, dalle circolari del Csm, e le figure direttive sono piuttosto chiamate a esercitare un’opera di convincimento, di moral suasion, del tutto inefficace se manca l’analogo sforzo di adesione da parte dei singoli magistrati, anche con il (parziale) sacrificio di proprie legittime opinioni, convinzioni ed esigenze. Qualcosa di molto lontano, dunque, dalle disposizioni che il dirigente di un’azienda privata, ma anche di un qualsiasi ufficio pubblico, può impartire, e dagli strumenti che quest’ultimo ha per farle rispettare.

Anche su questo aspetto interviene la legge di riforma dell’ordinamento giudiziario, con significative modifiche in tema di funzionalità degli uffici e smaltimento dell’arretrato nonché con la previsione di specifici obblighi, sanzionati disciplinarmente, cui dovranno attenersi i dirigenti e anche ai singoli magistrati.

Temi dunque di grande importanza e delicatezza non risolvibili con affermazioni semplicistiche o meramente aziendaliste, ma che richiederebbero piuttosto il fondamentale apporto di formazione della Scuola Superiore della Magistratura, oltre che una riflessione più approfondita del Csm e dell’Associazione nazionale magistrati. Perché se è vero che l’efficienza non può essere l’unico obiettivo da perseguire nel fare giustizia, né il totem cui sacrificare la qualità dell’attività giurisdizionale, la magistratura deve però riconoscere con altrettanta lucidità che una giustizia inefficiente è di per sé giustizia negata, che contribuisce quanto gli errori clamorosi o la mancata professionalità a provocare danni serissimi alla collettività. Per non dire della considerazione pubblica, non da oggi in picchiata, verso il mondo togato, che deve con urgenza recuperare il proprio alto profilo istituzionale.