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Il Mattino di Padova, 23 marzo 2015

 

Fare informazione dalle carceri è davvero una sfida: perché significa cercare di "aprire" il luogo più chiuso che esista; perché bisogna tentare di fare una Informazione onesta e rispettosa delle regole proprio con le persone che sono lì dentro perché le regole non hanno saputo rispettarle; perché si deve cercare di parlare con una società, che è sempre più impaurita e incattivita, e lo si deve fare dando la parola ai "cattivi".

I giornali dalle carceri combattono ogni giorno per conquistarsi piccoli spazi di libertà, e si difendono da soli con le unghie e con i denti, nella speranza che i "giornali veri" e l'Ordine dei giornalisti li "adottino" e li tutelino. E oggi c'è un giornale dal carcere di Piacenza, Sosta Forzata, che ha bisogno di essere adottato perché sta rischiando di essere messo a tacere per sempre.

 

Nelle patrie galere è importante raccontarsi

 

Oggi, nella riunione di "Ristretti Orizzonti" abbiamo parlato di "Sosta Forzata", il giornale del carcere di Piacenza chiuso o sospeso senza un motivo ufficiale. A me dispiace molto quando viene chiuso un giornale scritto prevalentemente dai detenuti, provo tanta amarezza perché i giornali realizzati in carcere cercano di dare una informazione equilibrata. E credo che senza di loro non si saprebbe quasi nulla di quello che accade nelle nostre Patrie Galere. A volte i nostri governanti ci rimproverano che nei detenuti non c'è abbastanza riflessione per i reati commessi, ma spesso sono proprio loro che ci imbavagliano perché "l'Assassino dei Sogni" sembra abbia paura del prigioniero che legge,. studia, pensa ed è terrorizzato se scrive per fare conoscere quel lo che accade dentro. Pochi sanno che si viene controllati anche in bagno, neppure lì esiste il diritto al la riservatezza; pochi sanno che in molte galere mancano educatori, insegnanti, assistenti sociali in numero sufficiente, e le strutture sono fatiscenti, e la promiscuità è la regola. Pochi sanno che per i detenuti i rapporti con l'amministrazione sono difficoltosi e troppo "discrezionali", nel senso che ogni carcere è un mondo a sé.

Il giornale "Sosta Forzata" ha dato voce e luce ai detenuti, senza deformare la realtà, e lo ha fatto per rivendicare giustizia, diritti e rispetto delle regole. E lo ha fatto insieme ad altri giornali dalle carceri. "Sosta Forzata" ci ha sempre aiutato a fare conoscere l'illegalità che spesso regna in questi luoghi. E non dimentichiamo che ci sono persino alcuni istituti dove ti proibiscono ancora di stampare un fiore o una poesia per tua figlia, o per la tua compagna, con il tuo computer (capitava a me nel carcere di Nuoro anni fa).

Queste "piccole" restrizioni ad alcuni potrebbero far sorridere, ma la vita di un prigioniero è fatta anche di cose "inutili" senza le quali però la stessa esistenza non avrebbe senso. Purtroppo spesso nelle carceri ci si trova dinanzi ad un potere smisurato e non si può fare nulla per cambiare il corso delle cose, e chi non accetta le regole del potere non può fare altro che soffrire, perché in molti casi accade che il detenuto ha ragione ma ha torto in quanto detenuto, ed il custode ha torto ma ha ragione in quanto ha il potere di comandare.

Incredibilmente si vuole che il detenuto, in quanto prigioniero, accetti di non avere voce perché si vuole che i prigionieri siano sempre e soltanto ciò che il carcere li farà essere. Eppure molti di noi hanno tanto da trasmettere e possono far sapere che i n carcere convivono dolore, prostrazione, fede, abbandono, odio, pentimento, talvolta brutalità, ma c'è anche un senso infinito di umanità e la possibilità che una vita rinasca.

Scrivere di e dal carcere può sembrare inutile ma è terribilmente importante che un detenuto possa farlo, perché la persona che non parla e non scrive perde la sua libertà proprio nel momento che spera di ottenerla stando zitto.

Sinceramente non capisco il senso della condanna alla "pena di morte" di "Sosta Forzata" se non in una logica punitiva fine a se stessa. Da cattivo e colpevole per sempre mi permetto di lanciare un appello ai vari direttori di giornali per invitarli a trasmettere solidarietà alla loro collega Carla Chiappini, direttore di "Sosta Forzata", e chiedere che nel carcere di Piacenza non si stacchi la spina ad un piccolo giornale di periferia che dava voce e luce a chi è in carcere.

 

Carmelo Musumeci

 

Il limbo del silenzio tra giornale e potere

 

L'Italia, Paese poco educato al valore dell'informazione: potrebbe sembrare un'affermazione provocatoria, se non fosse drammaticamente reale, potrebbe risultare di secondaria importanza se non incidesse così profondamente nel nostro quotidiano nell'epoca di difficoltà che viviamo. Economica, sì, ma anche di riconoscimento di quei valori fondamentali su cui dovrebbe basarsi una democrazia.

Voglio partire da una storia di "provincia", in un certo senso "esemplare". Succede nel carcere circondariale d i Piacenza. Succede che il "giornale" dell'Istituto, una voce a volte insostituibile per chi vive questo tipo di realtà, da dicembre viene "sospeso" dalla direzione, costretto ad un "limbo" di silenzio. "Sosta Forzata", questo è il nome del giornale pubblicato dalla redazione e dai detenuti-redattori del carcere di Piacenza, ha una storia decennale.

Una parte della società, della comunità viva di Piacenza, non può più narrare storie e pezzi di vita che appartengono a tutti, ma che purtroppo sono spesso sconosciuti o raccontati male, con semplificazioni, con luoghi comuni. Questa storia non fa bene a nessuno... se fossi un cittadino di Piacenza sarei profondamente dispiaciuto.

Ma lo sono anche come detenuto, comunque, e come cittadino italiano! Quando sono venuto a conoscenza di questa storia mi sono tornate in mente le parole del giornalista Mimmo Càndito, della Stampa, in un articolo del 12 febbraio 2015. Nell'analizzare la relazionerà il giornalismo ed il potere, il giornalista non nasconde, anzi, ammette chiaramente come, pur esistendo norme ben precise che garantiscono ampiamente il libero esercizio della professione, nella pratica quotidiana questo viene quasi "sistematicamente" ristretto dalla consuetudine (cattiva!) delle influenze "dalle minacce più o meno sussurrate, quando non da una repressione che ignora con arroganza il dettato costituzionale". Non voglio credere che il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria voglia "restringere" le possibilità

per i detenuti di fare informazione, e del resto proprio il Dap di recente, in seguito ai fatti di cronaca che hanno portato alla luce tutte le difficoltà e le criticità del sistema carcerario italiano, ha proclamato una nuova linea di trasparenza nel la gestione degli Istituti e dei detenuti. Bene, "Sosta Forzata" e la sua direttrice Carla Chiappini, ma tutti i giornali delle carceri italiane, possono aiutare a perseguire questa "trasparenza".

L'ultimo rapporto di "Reporters sans Frontières" fa precipitare l'Italia al 73 posto della classifica mondiale della libertà di stampa. Ben 9 paesi dell'Africa, quelli che noi con arroganza chiamiamo "terzo mondo", vengono prima dell'Italia (ultima anche in Europa). Namibia (17), Ghana (22), Sud Africa (39), Botswana (42), Burkina Faso (46), Niger (47), Mauritania (55), Senegal (71), possono dire di essere società più trasparenti di quella italiana.

Qualcuno potrebbe chiedersi quale influenza ha nella propria vita la sopravvivenza o meno di questo "giornalino" di provincia, per giunta atto in carcere dai detenuti. Ebbene, è come quando si parla della la pace. Sì, forse farà sorridere un accostamento così altisonante, ma se pensiamo che la pace sia solo un tema da Onu e non la pratichiamo quotidianamente nel la nostra famiglia, con il nostro vicino, in auto, la società non riuscirà mai a conquistarla. La libertà di stampa e d'informazione va sempre sostenuta in tutte le sue realtà, anche le più piccole.

 

Gian Luca C.