di Letizia Moratti
Corriere della Sera, 6 settembre 2026
La legge sul fine vita: ecco perché non possiamo affidare alle singole Regioni la risposta a una questione così complessa. Ci sono questioni sulle quali la politica dovrebbe innanzitutto misurare le parole. Il fine vita è una di queste. Perché dietro ogni principio, ogni norma, ogni sentenza ci sono una persona che soffre, una famiglia che accompagna, un medico chiamato a decidere secondo scienza e coscienza. E c’è una domanda che riguarda tutti noi: che cosa deve fare una comunità quando uno dei suoi membri, nel momento della massima fragilità, chiede di poter porre fine alla propria vita?
Credo che la risposta debba partire dalla libertà. Ma da una libertà piena, concreta, consapevole, non soltanto proclamata. Una persona gravemente malata non sceglie mai in una condizione astratta. La sua volontà può formarsi dentro il dolore, la paura, la solitudine, la perdita dell’autonomia. Può essere segnata dalla dipendenza dagli altri, persino dal timore di rappresentare un peso per chi ama. Considerare irrilevanti queste circostanze significherebbe avere una concezione soltanto formale della libertà proprio nel momento in cui essa ha bisogno delle maggiori garanzie. Per questo una scelta può dirsi davvero libera soltanto quando esiste concretamente anche un’altra possibilità. Essere curati, non soffrire, essere assistiti, essere accompagnati.
È qui che si misura la responsabilità dello Stato. Ed è qui che la politica non può più sottrarsi alla propria. Non possiamo affidare la risposta a una questione così complessa e profonda a discipline differenti da Regione a Regione. La vita, la dignità della persona, la libertà di scelta e la responsabilità del medico non possono ricevere tutele diverse a seconda del luogo in cui si nasce o ci si ammala. Procedere a macchia di leopardo significherebbe introdurre diseguaglianze proprio nel momento in cui più forte deve essere l’uguaglianza dei cittadini davanti allo Stato. Serve dunque una legge nazionale a cui Forza Italia sta lavorando, seria ed equilibrata, capace di dare certezza alle persone, alle famiglie e ai medici, di porre fine alle disparità territoriali e di ricondurre al Parlamento una responsabilità che appartiene innanzitutto al legislatore. Una legge che, a mio giudizio, non può prescindere da due garanzie fondamentali.
La prima riguarda le cure palliative e la terapia del dolore. Devono essere rese realmente disponibili su tutto il territorio nazionale e la loro presa in carico deve rappresentare un passaggio obbligatorio prima di poter accedere eventualmente al fine vita. Non un adempimento burocratico, non una firma in più, ma un percorso effettivo di cura e accompagnamento. Perché la libertà di scegliere presuppone la libertà di poter scegliere diversamente. E questa libertà non esiste se alla persona che soffre lo Stato non ha prima garantito tutto ciò che può alleviare il dolore, ridurre la paura, contrastare la solitudine e restituire dignità al tempo che rimane. Questo non significa imporre l’accanimento terapeutico. Il diritto di rifiutare trattamenti non voluti o sproporzionati deve essere pienamente rispettato. Significa affermare un principio diverso secondo cui nessuno dovrebbe arrivare a una decisione irreversibile perché non ha avuto accesso alle cure necessarie o perché si è sentito abbandonato.
La seconda garanzia riguarda il medico. La libertà del paziente non può essere costruita sacrificando la libertà di coscienza di chi cura. Nessun medico può essere obbligato a compiere un atto che investe in modo così radicale la propria concezione della professione, della vita e della morte. Per questo una legge nazionale deve assicurare pienamente il diritto all’obiezione di coscienza, senza discriminazioni o conseguenze professionali per chi decida di esercitarlo. L’eventuale partecipazione del medico deve essere volontaria e gratuita. Su un confine così delicato dell’esistenza umana deve inoltre essere escluso qualsiasi interesse economico. Sono due garanzie che non limitano la libertà. La rendono più autentica.
Il compito del legislatore, infatti, non è scegliere al posto della persona. È costruire le condizioni perché una decisione tanto estrema non nasca dalla mancanza di alternative, dall’assenza di assistenza, dalla sofferenza non trattata o dalla percezione di essere diventati un peso. Una persona anziana, disabile, gravemente malata o non autosufficiente non deve mai pensare che la propria vita valga meno perché dipende dagli altri. Una società civile non misura la dignità sulla produttività, sull’autonomia o sull’efficienza di una persona. È questo il confine che una buona legge nazionale deve saper custodire. Garantire l’autodeterminazione senza trasformare la solitudine in una scelta; rispettare la volontà individuale senza fare della morte una risposta sociale alla fragilità; tutelare il paziente senza violare la coscienza del medico. Vorrei che davanti a chi attraversa il momento più difficile della propria esistenza il nostro Paese fosse capace, prima di ogni altra cosa, di dirgli che la sua vita continua ad avere valore, la sua sofferenza ci riguarda, non è solo. Perché è proprio quando una persona è più fragile e dipende maggiormente dagli altri che una società rivela fino in fondo quale significato attribuisce alla parola dignità.









