di Massimo Donini
L’Unità, 9 novembre 2024
L’eterno scontro tra la politica e la magistratura, quello sui vaccini, fino alle guerre in Ucraina e in Medio Oriente: la stampa filogovernativa deve saper governare le strumentalizzazioni e i conflitti ingaggiati anche da rappresentanti delle istituzioni. Sono diversi i contesti della democrazia populista, di quella maggioritaria e della democrazia costituzionale. Tutti e tre coinvolti dal tema che affrontiamo. Il termine democrazia populista è qui utilizzato in senso neutro, secondo la scienza della politica, non in quello negativo che utilizziamo parlando invece del populismo penale o di quello giudiziario come religione di massa. Sono due profili collegati ma distinti (cfr. sul primo Donini, Populismo e ragione pubblica, Mucchi, 2019; sul secondo Id., Populismo penale e ruolo del giurista, Sistema penale 7.9.2020). Infatti, il contesto del giornalismo in generale, anche di sinistra, è obiettivamente quello della democrazia populista in una accezione che vede l’estensione dei temi della Costituzione, della tecnica del diritto e dei diritti, nello spazio pubblico di destinatari potenzialmente molto allargati, preparando un discorso evocabile anche in un eventuale talk show.
È populista il discorso sui diritti non solo (negativamente) se si appella alla maggioranza o alla sua rappresentatività nella figura del leader, impiegando argomenti per una massa di ascoltatori-lettori plaudenti a brevi input assertivi fondati su emotività ed effetti speciali, abbacinati mediante una sacralizzazione maggioritaria del potere; ma è populista anche (più positivamente) il messaggio che ha come interlocutrice quella stessa platea, alla quale vengono invece esibiti altri argomenti di contrasto che veicolano i valori dei diritti costituzionali e sovralegislativi: creando così lo spazio dialettico per un populismo non meramente maggioritario all’interno di quest’ultimo. Il che è oggi reso più comprensibile a tutti per il fatto che la maggioranza politico-elettorale è numericamente una minoranza, e non può certo vantare basi sacrali di legittimazione.
Ciò premesso, il giornalismo costituisce in modo direi naturale il background, la base culturale e lessicale di tutti e tre quei livelli, se si vuole che anche la democrazia costituzionale raggiunga l’estensione di quella maggioritaria e di quella populista nello spazio pubblico. Per il resto, mi limito a definire maggioritaria la democrazia basata sul consenso, più che sui vincoli giusrazionali e normativi imposti al Parlamento da fonti sovralegislative; costituzionale la democrazia che si richiama ai vincoli alla stessa legislazione, a ciò che è sottratto a decisioni puramente maggioritarie e trova deposito nei testi costituzionali ed equiparati, pertanto anche dell’Unione europea e di fonti sovranazionali; mentre è populista la democrazia che muove dalla crisi di rappresentatività delle democrazie nel mondo e si appella direttamente al consenso non solo elettorale, ma anche esterno alle competizioni politiche formali, per orientare l’opinione pubblica attraverso strumenti e veicoli di comunicazione estranei alle discipline scientifiche o accademiche, o lessicalmente da quelle divergenti, ma capaci di catturare attenzione e partecipazione di soggetti che sono o potranno diventare elettori o anche soltanto sostenitori di una parte politica.
La parte metodologica di questa riflessione finisce qui. Affrontiamo ora quella dei contenuti. Il primo punto riguarda il senso della politica come luogo del bene pubblico, della ricerca di un bene comune, non della perenne lotta tra amici e nemici. La logica amico-nemico come “essenza” della politica, notoriamente descritta in un famoso scritto di Carl Schmitt, può affascinare sul piano descrittivo, ma non deve diventare una pratica deontologica dell’azione. Anche la sua quotidiana emersione nei discorsi e nel vissuto della leader di Governo appare spesso una pratica subìta e sofferta, ma non certo espressione di una visione cristiana (v. Tommaso D’Aquino, J. Maritain e il bene comune, esteso alle moltitudini, e non solo ai cives), e neppure istituzionale (v. il costituzionalismo moderno) della politica, che è terreno di protezione dei diritti universali e non solo di cittadinanza. L’esaltazione, oggi sempre ricorrente, del sistema maggioritario come luogo della perenne contrapposizione tra poli, se diventasse l’adesione a una filosofia à la Schmitt, dovrebbe essere solo per questo rifiutata. Non può connotare un governo, che è organo anche co-legislativo che coopera con il Parlamento in questa funzione istituzionale. Anche una concezione marxista o gramsciana della politica, anche la lotta di classe, o la lotta tout court, depurata di momento) e magistratura è un corollario di quanto appena detto. Non si è mai visto che ministri o capi del governo iniziassero un conflitto generalizzato contro singoli atti giurisdizionali che non fanno altro che ripetere la standard view di centinaia di provvedimenti analoghi sul possibile contrasto tra un atto legislativo e il diritto dell’Ue, chiedendo una decisione della Cgue attraverso un rinvio pregiudiziale ex art. 267 Tfue e che lo facessero attraverso una personalizzazione polemica contro singoli magistrati. Hai visto mai? È la regola, è normale quel ricorso, non è né di sinistra né di destra. E non diventa di sinistra perché nella situazione concreta l’istituzione governativa ha prodotto la legge a sostegno di una sua politica. È sempre così quando si chiede una sentenza alla Corte di giustizia: la personalizzazione delle leggi appartiene alla logica amico-nemico e la sua appropriazione da parte di alcuni partiti schierati (o eventualmente di qualche componente della magistratura) contro gli altri rispecchia una patologia di sistema. Il giornalismo deve sapere governare queste strumentalizzazioni, offrendo una diversa cultura delle istituzioni. Lo chiediamo ai giornalisti filogovernativi. È una mission del giornalismo.
Quanto è successo nella vicenda dell’abrogazione del falso in bilancio (orientata contro i processi, più che contro gli illeciti) e ora nelle reazioni innescate dalla questione Albania, può essere descritto correttamente solo distinguendo tra una democrazia costituzionale e maggioritaria e una democrazia populista. Anche un quotidiano come il Corriere della sera comincia a percepire che l’azione di governo contro la magistratura “comunista”, ora che quell’azione trova l’opposizione critica anche dell’avvocatura, appare divenuta una strategia e non una risposta comprensibile a una patologia dei giudici (M. Franco, “Se lo scontro sulla giustizia diventa una strategia”, 5.11.24, p. 21). Lo stesso vale per l’interminabile querelle sulla separazione delle carriere, che non deve costruire una immagine della magistratura come nemico delle istituzioni. I giornali vendono polemiche perché non fanno cultura. Tutti esperti di tutto, la democrazia penale ha divorato le competenze, in nome di una gestione populistica del consenso, che non è amico di quella verità che il giornalismo deve difendere. Al lessico condiviso, invece, deve appartenere la distinzione tra le conseguenze politiche di un provvedimento, e la base normativa che lo sostiene legittimamente. Il sindacato politico delle decisioni arroventa il clima in modo strumentale, facendo della magistratura il possibile terreno di simonie politiche: uno dei peccati più gravi è quello di vendere la Giustizia a un prezzario stabilito fuori di essa e capace di desacralizzare tutto il suo contesto. È vero che in una visione laica la giustizia può essere, fin dalla base costitutiva dello Stato, dal patto sociale, contrattualizzata. Ma quando la Giustizia è solo ormai merce di scambio delle logiche bellicose dei partiti armati l’un contro l’altro, anche la designazione di giudici costituzionali può diventare commercio e la lettura delle loro decisioni ossequio ai loro mandanti. Sarebbe la fine del diritto costituzionale e di quel poco o tanto di sacrale che la Carta fondamentale, anche la lex e soprattutto il ius, deve e può conservare solo in un quadro super partes. Il giornalismo ha il dovere di preservare questi fondamentali. Il retroterra culturale diffuso, invece, che ha cominciato a vacillare con il Covid e l’intolleranza per ogni riserva critica su vaccini, gestione delle informazioni e limitazioni dei diritti fondamentali, è esploso in una chiamata collettiva al consenso e all’intolleranza con le guerre nelle quali siamo coinvolti direttamente. La logica del nemico ha prevalso su tutto. Abbandonando quella dei diritti fondamentali. Qui ci avviciniamo al nocciolo di tutto il discorso. Sono grandi le responsabilità del giornalismo. Bellicisti e realisti vs. pacifisti e idealisti, è una battaglia persa per i secondi. Ma c’è un tema che supera ogni contrapposizione, che avvince ogni azione politica, partitica e statale. La tutela dei diritti fondamentali, base del costituzionalismo e del diritto dell’Occidente, è un vincolo per la politica internazionale. Ci deve essere passione nel suo sostegno, non tiepidezza. Alcuni di noi hanno rievocato Kant e il saggio Per la pace perpetua quale momento topico dell’idea di una giurisdizione universale, oggi base della Corte dell’Aia. Non è una panpenalizzazione della politica. È una prevenzione generale contro la logica dello sterminio e non solo del genocidio, reato difficile sempre preso a pretesto per buttare tutto alle ortiche, quando ce ne sono moltissimi altri di crimini contro l’umanità. Al lessico comune deve appartenere il rispetto e la passione per la protezione delle moltitudini, e non solo delle cittadinanze quale limite al diritto di guerra attraverso il diritto umanitario.
E infine, but not least, una questione millenaria relativa alle prassi politiche israeliane (una storia di stermini, dal tempo degli Assiri in poi). Da quando, negli anni ‘70 del Novecento, si è diffusa l’idea che dire antisraeliano doveva significare antisemita, i linguaggi e le menti si sono confusi. È divenuto un verbo occidentale, ma dopo il 7 ottobre 2023 e la guerra illimitata di Netanyahu non è più possibile mantenere quel precetto dell’intolleranza. Deve ritornare nel lessico condiviso l’idea che non si è antisemiti se si critica e rifiuta una politica israeliana lesiva dei diritti fondamentali. Fatto oggi riconosciuto da tutti nel mondo.
Da queste poche premesse può iniziare la leggibilità dei giornali, un’impresa per molti di noi quasi impossibile da tre anni: perché è l’ABC, dal quale possiamo partire per dividerci a destra e a sinistra, quando è davvero necessario coltivare il conflitto per raggiungere il bene comune e non una vittoria elettorale.
Lo sketch dell’ambulante, che dà i numeri sul bilancio statale agitando la calcolatrice per ostentare sicurezza, si è rivelato un fiasco per nulla divertente. “Ho fatto un casino”, ha ammesso la stessa Meloni, che con il primato della politica pensava di poter scalfire finanche il sacro legame tra il minuendo e il sottraendo. Le cifre riluttanti non hanno obbedito alla sua voce squillante mentre ordinava alla macchina di compiere una operazione irrazionale. La premier, maltrattando l’aritmetica, lascia precipitare nel grottesco anche il governo, nonostante il vaniloquio di avere incamerato i migliori risultati “dai tempi di Garibaldi”.
A due anni dalla marcetta che da Colle Oppio l’ha condotta a Piazza Colonna, non è affatto lievitata la statura politica di Giorgia Meloni. Una diffusa narrazione edificante la celebra come una fuoriclasse che solamente il perfido destino costringe a convivere con una sciatta classe dirigente. Oltre alle reti amicali e coniugali, la Fiamma, che famelica la segue nelle stanze romane con il mandato di acciuffare l’egemonia culturale, in effetti recluta l’élite soprattutto attraverso le “Frattocchie dei patrioti”, ovvero il programma Otto e mezzo, che ha imposto nello spazio pubblico maître à penser e grand commis del calibro di Sechi, Giuli, Bocchino, Specchia.
Che il personale politico raccattato sia di poco pregio, e non garantisca neppure l’amministrazione corrente degli enti o l’imbastitura di una qualche opinione rispettabile, non significa che si possa abbuonare la responsabilità fondamentale che ricade sulla leadership. E’ proprio l’apice della nomenclatura a non possedere gli strumenti minimali per esperire degnamente la direzione statale. La leggenda raccontata in maniera compulsiva da Paolo Mieli e Antonio Padellaro, secondo cui bisogna appoggiare la “madre e cristiana” in quanto è lei il più saldo argine alla deriva verso l’estremismo, altera il principio di realtà. La destra, con una sfilza di reduci in carriera, è animata solo dall’ambizione di completare la conquista militare delle postazioni di comando per strapazzare gli equilibri dei poteri repubblicani.
I limiti della concreta capacità di governo appaiono eclatanti davanti al flop degli sforzi, invero nemmeno abbozzati, per il recupero di competitività dell’apparato economico poiché, in luogo della innovazione sia pure di marca conservatrice, nelle singole misure i nero-verdi perseguono la mancia architettata al fine unico di accontentare le variegate corporazioni a rimorchio. Non la crescita, indispensabile per sopravvivere dopo il trentennio di stagnazione, ma l’impennata delle fattispecie di reato viene inseguita da Palazzo Chigi come la tattica più redditizia per il reperimento del consenso. Il carcere promesso con la escogitazione di fantasiosi crimini quotidiani nasconde il vuoto nello svolgimento della funzione pubblica in un sistema-Paese scivolato via via nella bassa classifica del nuovo capitalismo. La marginalizzazione nell’economia-mondo e la vistosa eclissi della grande impresa non allarmano l’inconcludente timoniera perché comunque i piccoli guadagni non latitano, e con la ossessiva caccia al migrante si aprono sentieri di fuga dalle taroccate ricette della Melonomics. La propaganda delle percentuali impetuose che farebbero dell’Italietta la locomotiva dell’Occidente, la favola dei record occupazionali raggiunti non resistono agli impietosi indici che mostrano il freno del Pil e le macroscopiche condizioni di sofferenza in diverse fette della società. E così, a causa di questa frana nelle politiche, con l’overdose securitaria e le esercitazioni navali per le deportazioni in Albania, l’esecutivo riscalda il risentimento dei ceti popolari cui al contempo nega i cruciali diritti di cittadinanza (sanità, scuola, pensioni, trasporti). Colpisce la copertura assicurata purchessia dai poteri forti all’attuale maggioranza, custode della rapacità di una struttura micro-corporativa che fa del sommerso la variabile indipendente. Anche l’Assemblea di Confindustria è stata sedotta dalla destra radicale che prenota una battaglia ideologica campale contro il Green Deal. Il cosiddetto gotha dell’economia, della finanza e dei media già aveva accolto in modo trionfale la solita (cioè inconsistente) esibizione di Meloni a Cernobbio. A scuoterlo non bastano neanche il collasso degli investimenti, lo spreco delle scarse risorse nel rientro dei capitali all’estero e in continue sanatorie, il ritiro dello Stato dal welfare con le aziende che lucrano sulle case di cura, il congelamento degli stipendi che arrancano dietro una inflazione che alleggerisce il carrello della spesa.
Con la politica economica dei concordati preventivi e dei condoni fiscali a raffica, solleticando gli animal spirit davvero incontrollabili, il governo unisce tutte le categorie professionali in opposizione agli interessi del lavoro dipendente e della crescita. Per mantenere il sostegno particolaristico, rinuncia a gestire le dinamiche industriali in conformità a un piano di più lungo periodo. Incassare qualcosa dal turismo povero, favorire gli affitti brevi, blandire i balneari rappresentano rimedi che non stimolano lo sviluppo, il quale esigerebbe piuttosto lo smantellamento della coalizione micro-padronale che invoca ricavi facili nel declino del meccanismo produttivo. Al sindacato, che reclama incrementi in busta paga - e non semplici tagli delle aliquote a carico della collettività - e proclama lo sciopero generale in replica alla manovra, Repubblica intima di far cessare le “inutili” ostilità.
Finché per sinistra si intende un chiacchiericcio sulla questione morale e una certa attenzione alle sole libertà civili, tutto fila liscio. Appena però in nome del salario si intaccano i colossali interessi costituiti attorno al profitto, ecco che la stampa “amica” appicca il fuoco di sbarramento. Come diceva Marx, “oggi perfino l’ateismo è culpa levis, in confronto alla critica dei rapporti tradizionali di proprietà”. Il radicalismo sui valori è percepito dalle sentinelle del mercato tutt’al più come un peccato emendabile, imperdonabile rimane invece il sospetto che accompagna ogni pratica di contestazione ancora connessa alla messa in discussione delle regole auree dell’accumulazione (già Machiavelli rammentava gli scontri aspri che scaturirono dall’ipotesi di creare un catasto per la registrazione degli averi).
Dinanzi ai reiterati fallimenti di governo, il vincolo esterno ciclicamente si ridesta e le istituzioni sono indotte ad apparecchiare il tavolo per il podestà forestiero. Più che la falsa attesa rigeneratrice di una ennesima sospensione tecnica, la sinistra dovrebbe costruire un’alternativa politica e sociale. Sui nodi strategici della transizione ecologica e digitale, che il padronato filogovernativo al pari di Meloni considera il frutto di un “approccio autodistruttivo”, è possibile prospettare imponenti interventi pubblici per rilanciare gli investimenti e riprendersi dai guasti dell’infinito ristagno. Per una svolta di sistema occorre infatti la politica, non una “casinista” a digiuno di economia che straparla di faccende sconosciute e brandisce la calcolatrice come in una vecchia scena di Carlo Verdone.










