di Chiara Cacciani
huffingtonpost.it, 21 febbraio 2026
Sono decine e decine gli spostamenti improvvisi, decisi dal Dap. Protestano i garanti regionali e comunali, il mondo del volontariato in carcere, alcune Camere penali territoriali. E ora anche dei referenti degli Atenei che hanno creato Poli penitenziari universitari. Il numero proporzionalmente più grande in Sardegna, poi è toccato a Padova e in questi ultimi giorni sta accadendo a Parma. Ma nessuno si aspetta che possa finire qui. Sono decine e decine le persone detenute trasferite all’improvviso, interrompendo quotidianità raggiunte con difficoltà, percorsi di studio e formazione professionale, relazioni, cure sanitarie, facendo saltare permessi e incontri, senza possibilità (salvo rari casi) di comunicare gli spostamenti ai familiari. E costringendo a ricominciare tutto, e lentissimamente, daccapo e a volte a perdere definitivamente un po’ di ciò che si era iniziato a costruire.
La scelta (e la tempistica) degli spostamenti arriva da Roma, dal Dap, e non ha coinvolto né i Provveditori regionali né le direzioni penitenziarie, non ha comportato una valutazione delle schede personali. Giusto una lotteria dunque, che sembra legata al disegno di concentrare in pochi istituti chi è nel regime del 41 bis, il carcere duro per figure apicali nell’ambito della criminalità organizzata e del terrorismo interno e internazionale. Con un effetto domino che tocca in particolare i detenuti dei reparti dell’Alta Sicurezza ma anche alcuni della Media.
Sulla situazione si stanno levando le voci di sgomento e di protesta dei Garanti regionali e comunali dei diritti delle persone detenute - a Padova un 73enne si è suicidato appena prima del trasferimento - del mondo del volontariato in carcere, di alcune delle Camere penali territoriali. E ora anche dei referenti degli Atenei che hanno creato Poli penitenziari universitari (Pup).
“Stiamo vivendo in diretta l’esperienza molto penosa che coinvolge anche nostri studenti - conferma Giancarlo Monina, presidente del Cnupp, la Conferenza Nazionale dei Delegati dei Rettori per i Pup - Quasi il 45% della nostra popolazione studentesca ristretta, formata da duemila persone, appartiene all’Alta Sicurezza e al 41 bis e sono persone con una grande predisposizione allo studio. Se c’è un dogma nella formazione universitaria, è però quello della continuità didattica: quando si interrompe, c’è un’alta possibilità di mettere in crisi il percorso. Vale per uno studente libero, figuriamoci per uno ristretto, che costruisce un rapporto fiduciario con docenti e tutor. Se vogliamo concepire la pena secondo Costituzione, non si può ignorare la scheda di ciascun detenuto: anche in carcere c’è una vita e ci sono percorsi e se tutto ciò non incide, si resta numeri, a prescindere dall’umanità della persona”.
In questa emergenza stanno puntando sulla rete di cui fanno parte ormai 50 atenei: “Si mette in moto il nostro meccanismo solidale di presa in carico negli istituti di prossimità. Ma senza comunicazioni tempestive, servono tempi lunghi per le pratiche, per la riambientazione, e inoltre non tutti i Pup riescono a offrire gli stessi servizi e lo stesso intervento”. Non dappertutto, ad esempio, c’è la possibilità di continuare a frequentare gli stessi indirizzi di studio.
“Ho davanti agli occhi il volto di studenti che erano in procinto di laurearsi e ora non avranno più le commissioni formate da docenti che riconoscono. Penso ad altri che stavano partecipando a gruppi di autoformazione per il loro tirocinio: un gruppo di lettura che si occupava di strategie pedagogiche per gli adulti in carcere, ad esempio. Tutto azzerato” racconta Vincenza Pellegrino, delegata per il Pup di Parma.
“Si tratta di studenti molto impegnati in queste attività che recepiscono la notizia del trasferimento come qualcosa di inatteso e violento rispetto al proprio impegno - continua. È chiaro che ci sono dimensioni organizzative e logistiche che non possiamo conoscere, ma è altrettanto chiaro che ogni nuova esigenza dovrebbe tenere presente i desideri e l’impegno concreto dei detenuti studenti e quello dell’istituzione universitaria, che ogni volta deve ripartire da capo”.
C’è un misto di sconforto e indignazione nelle parole di Emmanuele Farris, dleegato per il Pup dell’Università di Sassari: “È assurdo organizzare trasferimenti a metà dell’anno accademico e scolastico: cosa sarebbe cambiato sei mesi dopo e permettendo a tutti noi di resettarci e trovare soluzioni?”.
A Nuoro, ad esempio, dove l’intero carcere è stato (parola utilizzata dal Dap) “sfollato”, il Pup non ha più iscritti. “Sono stati trasferimenti coatti, di massa, totalmente disorganizzati, che non hanno tenuto conto nemmeno di quanto sia impegnativo avvicinare ogni studente, fargli un orientamento, l’iscrizione, aiutarlo con l’Isee e i documenti. E poi c’è anche tema di rapporto tra istituzioni, con un danno erariale e di efficienza: a fine 2025 abbiamo selezionato i tutor tra cui quella destinata a Nuoro, che ora è praticamente disoccupata.
Come Università abbiamo cofinanziato un progetto pionieristico per portare aule universitarie cablate con terminali informatici e scanner per dematerializzare, ma io non ho ancora ricevuto una riga su dove andranno queste strumentazioni. Senza contare gli sforzi fatti per raccogliere altre risorse per acquistare libri e portare altre iniziative. Non solo non arriva mai un “grazie”: ci vediamo remare contro”.
Se tengono duro è per gli studenti. Senza contare che difendere il diritto allo studio (anche) in carcere avrebbe significato pure per motivi utilitaristici, come spiega Farris: “È uno dei migliori investimenti che possiamo fare: la recidiva crolla dal 70% di chi non ha avuto esperienze formative al 20% circa per chi le ha fatte. Scontare una giusta pena non è in alternativa alla formazione”.
Nel frattempo, la Cnupp si sta muovendo. “La settimana scorsa abbiamo incontrato il vicecapo di Gabinetto del Ministero e il responsabile del Dap: si sono impegnati a farsi carico della questione - spiega Monina -. Come istituzione, e in rispetto del nostro ruolo, cercheremo di negoziare affinché lo scambio di informazioni avvenga in modo tempestivo. Quelle persone detenute sono anche in gestione dell’Università e abbiamo il diritto di sapere. Fermare un disegno non ci compete ma ci compete certamente il loro percorso didattico. E come in tutti i casi, dentro e fuori, dobbiamo proteggere i nostri studenti”.










