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di Caterina Ceccuti

lanazione.it, 22 settembre 2025

Dopo la fuga dal Paese di origine la disperata ricerca di un lavoro, i furti, il carcere a Bologna e infine la rinascita, anche grazie all’aiuto delle Ancelle dei Poveri. Dochka ha attraversato un matrimonio di dieci anni segnato dalla violenza. Il marito aggressivo, la suocera ostile. In Bulgaria ha lasciato un figlio ancora piccolo, scappando, costretta ad un silenzio forzato. Non le è concesso neppure di sentirne la voce del suo bambino al telefono. Ha scelto la fuga, con un progetto semplice e immenso.

Arrivare in Italia, lavorare, mettere da parte il denaro necessario per un avvocato e tentare il ricongiungimento con quella parte di se stessa rimasta amputata, ritornare madre. Il lavoro, però, non è mai arrivato. Invece sono arrivate la fame e l’angoscia. Con le notti passate a dormire in stazione, senza un tetto sulla testa. Alla fine i furti, l’arresto e il carcere di Bologna.

“È lì che le nostre strade si sono incrociate”, racconta suor Philomina, originaria del Kerala, consacrata delle Ancelle dei Poveri con le quali accompagna donne che stanno cercando di rimettere insieme i pezzi della propria vita. Le chiedo di Dochka e lei comincia a raccontare.

“Ho incontrato Dochka in carcere, abbiamo parlato tanto. Ho ascoltato la sua storia, toccato con mano il suo dolore di madre. Ho segnalato il suo caso al personale preposto. In carcere lei ha affrontato il suo percorso con coraggio e pazienza, fino a che le abbiamo offerto una possibilità concreta: lasciare la cella e proseguire la sua strada verso la rinascita nella nostra casa Ancelle dei Poveri, insieme ad altre donne nella sua stessa condizione”.

Un tetto, una stanza, una routine che non promette miracoli ma restituisce dignità e prospettive. Per Dochka comincia la semilibertà: di giorno lavora per alcuni mesi nelle cucine di una casa che ospita ragazze madri con bambini, la sera rientra in comunità. Alcune compagne di cammino attorno, volontari e operatori, una trama minuta di attenzioni che tiene. Nessuna scorciatoia, solo impegno e pazienza.

“Documenti, colloqui, contatti con i servizi sociali, turni in cucina, sveglie presto, conti che tornano. È la fatica quotidiana di una dignità che si ricostruisce passo dopo passo - continua Philomina. In nella casa famiglia delle Ancelle dei Poveri, ogni volta che una donna completa il proprio percorso di recupero la si saluta “con tutti gli onori di casa”, perché ciò che è stato perso non si rimette in piedi da soli, ma solo insieme”.

La settimana scorsa, il giorno in cui Dochka ha riconquistato la sua libertà, c ‘è una tavola con intorno degli amici, c’è una comunità che l’ha aiutata a rimettere insieme i pezzi, con delicatezza. “Abbiamo mangiato pizza e buoni piatti, perfino una torta gelato offerta dalla festeggiata. Si è parlato delle vacanze, ci si è abbracciati e si è ascoltato il suo grazie, il suo saluto preparato con cura. Era una festa d’addio e di buon viaggio, la celebrazione sobria di una meta raggiunta.”

Intanto la giustizia ha fatto il suo corso: affidamento in prova, lavoro, risparmi. Il progetto che in Bulgaria sembrava una montagna insormontabile è diventato possibile. Alla fine della pena Dochka è potuta rientrare a casa. Ad attenderla ora c’è suo figlio e la pratica legale per proteggere quel legame. Le Ancelle, mi dicono, l’hanno accompagnata fino allo scalino dell’aeroporto e anche oltre, perché la famiglia può esistere anche senza legami di sangue, come una rete di persone che ti prende per mano.

Chiedo a suor Philomina che cosa l’abbia colpita di più in Dochka. Mi parla della tenacia. Della fame di giustizia di una madre che ha resistito quando le veniva persino impedito di parlare con il figlio per lunghi mesi. Mi parla delle altre donne che, a loro volta accolte, si fanno subito prossime e condividono il poco che hanno, lasciando un posto a tavola, mostrando la casa a chi arriva “con le tasche vuote”. Non è un gesto di beneficenza, è un passaggio di testimone. Chi è stata aiutata aiuta. E così la vita ricomincia a circolare.

“Dochka ha commesso un reato e ne ha pagato il conto allo Stato - conclude Philomina -. Ma deve essere definita per sempre dal suo errore. Qualcuno le ha dato fiducia e lei l’ha onorata, alzandosi ogni mattina, presentandosi al lavoro, risparmiando, tenendo fisso lo sguardo su un obiettivo: riabbracciare suo figlio. E ora quel momento è arrivato”.