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di Gian Carlo Caselli


Corriere della Sera, 22 giugno 2020

 

È in continua espansione la "zona grigia" e il doppiopetto sostituisce l'abito militare: devono essere adeguati anche gli strumenti di contrasto. La mafia - vecchia di un paio di secoli - soltanto dal 1982 è vietata da un articolo del codice penale, il 416bis. "Bis" è la spia che l'antimafia è spesso "del giorno dopo", nel senso che occorre qualche "fattaccio" di gravità intollerabile per svegliare le nostre coscienze (in questo caso furono gli omicidi, in sequenza ravvicinata, di La Torre e Dalla Chiesa).

Prima del 416bis, secondo Falcone, combattere la mafia era come voler fermare un carro armato con una cerbottana. Invece, proprio usando il 416bis, Falcone, Borsellino e gli altri giudici del pool di Palermo riuscirono a demolire (col maxiprocesso) il mito dell'impunità di Cosa nostra. Dal 1982 sono trascorsi trentotto anni, durante i quali il 416bis (applicabile pure a camorra, 'ndrangheta e altre associazioni comunque localmente denominate, anche straniere) ha subito alcune modifiche non di carattere sostanziale. Nel frattempo le mafie sono profondamente cambiate, pur mantenendo intrecci stabili e profondi col passato.

Traffici illeciti d'ogni genere riempiono ogni giorno i portafogli dei mafiosi. Riciclando riciclando, essi hanno creato una economia parallela che risucchia nel suo vortice commerci, imprese e forze economiche sane. La loro tradizionale capacità di mimetizzazione (passare inosservati per curare meglio i propri affari) si è affinata: meno violenza, invece dell'abito "militare" il doppio petto.

È nel loro codice genetico una camaleontica abilità di adattarsi al contesto in cui devono operare, sfruttando al meglio le opportunità che offre, ad esempio, l'evoluzione quotidiana del settore tecnologico. Mentre con un sottile "arruolamento" (ben remunerato) di persone colte e preparate, con importanti relazioni, il business mafioso acquisisce un'apparenza "per bene" con accesso ai salotti "buoni" dove nascono proficue alleanze. È in continua espansione la "zona grigia", anche in ragione di quella che lo storico Salvatore Lupo chiama senza mezzi termini la "richiesta di mafia" presente nel Paese.

Tutto ciò sfuma la linea di demarcazione fra legale e illegale e i confini della nozione stessa di mafia. Circostanza che potrebbe spiegare, almeno in parte, le oscillazioni giurisprudenziali da otto volante, proprio sulla configurabilità o meno della fattispecie "mafia", che si sono avute per malavitosi del calibro del "cecato" Carminati e soci. Dunque, l'evoluzione delle mafie pone il problema se ad essa debba corrispondere un'eventuale evoluzione dei mezzi di contrasto.

Nella giurisprudenza troviamo alcuni spunti. Due sentenze di Cassazione (del 2011 e del 2015) parlano di mafia "silenziosa" o "silente", stabilendo che per concretare il metodo mafioso, con "assoggettamento degli imprenditori alla volontà e alle regole del sodalizio dominante sul territorio" e conseguente lesione della "libertà d'impresa e del libero giuoco della concorrenza, non è necessaria la consumazione di alcuna violenza fisica o minaccia esplicita", non servono "forme eclatanti". Basta quella "forma di intimidazione - per certi aspetti ancora più temibile - che deriva dal non detto, dall'accennato, dal sussurrato", quando si percepisca "una potenza criminale cui si ritenga vano resistere".

Sarebbe però rischioso rimettere tutto all'interpretazione giurisprudenziale, senza chiedersi appunto se la normativa vigente, pur adatta a colpire la "vecchia mafia", sia idonea a contrastare sempre ed efficacemente anche la "nuova". Quella che corrompe sistematicamente funzionari pubblici o si nasconde dietro consigli di amministrazione, holding, società di varia natura (oltre che dietro il paravento formale della politica o dell'amministrazione). E allora, ecco che potrebbe risultare utile, se non proprio necessario, un "tagliando" normativo al 416bis, mettendolo al passo con le novità operative delle organizzazioni criminali. Val la pena discuterne.