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di Isaia Sales

Il Fatto Quotidiano, 10 luglio 2026

La nazionalizzazione delle mafie, in particolare la loro espansione in alcune regioni settentrionali tra le prime in Europa per reddito e produzione, è sicuramente il fenomeno politico-criminale più significativo dell’ultimo quarantennio. Lo hanno confermato diverse sentenze di tribunali, dettagliate relazioni delle Commissioni parlamentari antimafia, rapporti delle forze di sicurezza, diverse sentenze passate in giudicato. Le mafie sono presenti oggi nel cuore del sistema produttivo italiano, non solo in alcune delle sue regioni considerate “arretrate”.

Di questa modifica epocale nella diffusione e nel radicamento dei fenomeni mafiosi danno testimonianza anche la letteratura e la televisione con il successo della figura del vicequestore Rocco Schiavone alle prese con la mafia nella città di Aosta e tra le nevi della sua valle. Perfino Don Winslow nella sua straordinaria trilogia sul narcotraffico fa incontrare a Milano i capi della ‘ndrangheta con gli inviati di un cartello sudamericano.

Il radicamento nel Nord rappresenta l’evo - luzione più rilevante e più inaspettata della storia recente delle mafie in Italia, ma al tempo stesso è anche quella più negata e più sottovalutata, come dimostra la recente, assurda posizione del Consiglio Superiore della Magistratura di non istituire procure antimafia al di sopra di Roma. Ricordiamo solo alcuni dati. La Lombardia, già meta privilegiata degli investimenti di Cosa Nostra nell’edilizia e in altri campi tra gli anni Sessanta/Ottanta, ha fatto registrare negli ultimi tre decenni del Novecento un’ascesa continua dei clan calabresi. Con un ruolo notevole anche dei clan di camorra, e una ripresa di attivismo di quelli siciliani, come ha dimostrato l’inchiesta denominata Hydra.

Negli ultimi decenni ci sono state migliaia di condanne di mafiosi da parte dei tribunali del Centro-Nord. La Lombardia è oggi la quarta regione italiana per numero di beni confiscati, la quinta per numero di omicidi di stampo mafioso, mentre la sesta è il Piemonte e la settima il Lazio. Secondo una recente relazione della Direzione investigativa antimafia, il 50% di tutti gli investimenti mafiosi in Italia riguardano il Nord; il 20% dei soldi riciclati interessa la sola Lombardia. Da ricordare, poi, che il primo delitto di mafia a Milano risale al 1954; il primo omicidio di un magistrato di un tribunale del Nord è avvenuto nel 1983 a Torino, il giudice ucciso (Bruno Caccia) indagava proprio sulla penetrazione della ‘ndrangheta al Nord.

E che dire degli accurati studi di Nando dalla Chiesa e della sua équipe di giovani ricercatori dell’Università di Milano che hanno ricostruito una geografia mafiosa nel Nord documentatissima? La storia del Nord dell’Italia si è intrecciata più volte con la storia delle mafie e con oscure vicende del malaffare economico. Alcuni episodi sono emblematici: il crollo della banca milanese di Michele Sindona, il banchiere della mafia americana; l’omicidio nel 1979 di Umberto Ambrosoli, liquidatore della banca di Sindona; il caso della scoperta nel 1981 della loggia massonica P2, che coinvolse esponenti di rilievo della imprenditoria e della finanza lombarda; il caso di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, trovato impiccato sotto un ponte di Londra nel 1982. Tutti fatti questi che dimostrano l’intreccio profondo tra finanza e mafia nella capitale “morale” dell’Italia.

Insomma, non avere le procure antimafia in alcuni tribunali del Nord è come rinunciare alle investigazioni della Dea (l’agenzia federale antidroga statunitense) sul confine tra gli Usa e il Messico. Siamo di fronte a un nuovo caso di negazionismo? Come quando il ministro degli Interni Roberto Maroni attaccò frontalmente Roberto Saviano per aver ricordato che le mafie parlavano anche il milanese? Possiamo solo augurarci di no, ma gli indizi vanno in questa direzione.