di Lucio Luca
La Repubblica, 4 giugno 2023
La vedova di Vito Schifani, l’agente di scorta morto nella strage di Capaci, racconta la sua storia e le sue speranze in un libro edito da Rizzoli. Vito Schifani e Rosaria Costa erano due “ragazzini” nel 1992. Lui, poliziotto delle scorte, appassionato di atletica leggera, aveva 27 anni. Lei, che di anni ne aveva appena 22, si divideva tra il bambino piccolo Antonino Emanuele e l’ansia di aspettare a casa un marito che faceva un lavoro pericoloso. Estremamente pericoloso da quando, soprattutto, era stato assegnato alla salvaguardia di un giudice importante come Giovanni Falcone. Si erano sposati soltanto un anno prima, “era tutto perfetto” scrive in un libro che è un viaggio nel passato ma con una speranza riposta sui giovani. Quelli a cui dice La mafia non deve fermarvi, il titolo del volume appena uscito per Rizzoli con il sottotitolo Una vita dedicata alla lotta per la legalità attraverso il racconto della vedova Schifani.
Il 23 maggio del 1992 l’ultima telefonata tra Vito e Rosaria: “Siamo al Bar Ciro’s, aspettiamo la chiamata”. Vito, Antonio, Rocco, andarono poi in aeroporto per scortare Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo. La bomba sulla strada del ritorno, l’inferno, l’attacco feroce della mafia allo Stato. I funerali con quella donna straziata dal dolore che sale sul pulpito e con voce rotta dal dolore pronuncia parole che sono rimaste nella storia: “Io vi perdono, ma voi dovete mettervi in ginocchio”.
Ora Rosaria non vive più in Sicilia, si è trasferita a Sanremo dove ha scelto di vivere insieme al figlio perché non voleva essere solo “la moglie del poliziotto ucciso”. Ma non ha dimenticato, certo, sarebbe stato impossibile. E questi trent’anni li ha raccontati, giorno dopo giorno, in un diario “che ho iniziato a scrivere per non perdere i miei ricordi”. “Mentre il sole si alzava imponente sul giorno - racconta nel libro - una mattina, davanti allo specchio passai il rasoio tra i capelli, già indebolito dalle cure. Più osservavo la mia immagine riflessa e più vedevo in lei una nemica pronta a colpire la mia femminilità con le sue critiche, le sue insicurezze. Cercai allora di non soffermarmi sulla mia figura, oramai diventata avversa, e iniziai a guardarmi nel profondo oltre la mia anima”.
Rosaria ricorda gli istanti prima di salire sul pulpito e diventare uno dei simboli della riscossa della sua terra: “Mi rivolsi a Dio e gli dissi: Padre celeste, ti prego, aiutami in questo momento. Non mangiavo da due giorni, bevevo solamente acqua”. Guardò le persone che erano in chiesa: “Ero sicura che anche gli uomini della mafia fossero seduti lì, a godersi lo spettacolo tra persone insospettabili... E io mi sentivo sempre più prigioniera del dolore, dell’ingiustizia”.
Voleva combattere Rosaria, voleva restare in Sicilia a lottare, reclamare il proprio diritto ad avere giustizia, e per questo si era avvicinata a Paolo Borsellino legandosi a lui, ma la strage di via D’Amelio rinnovò presto lo stesso dolore. Gli anni successivi, segnati dall’arresto di Totò Riina, la videro sempre in prima fila in quella che, da allora e ancora oggi, lei interpreta come una missione di testimonianza. Oggi però è una donna nuova, testimone diretta di un’epoca drammatica, consapevole di dover continuare a tenere alta la bandiera della legalità.










