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di Alex Corlazzoli

scarpdetenis.it, 11 giugno 2025

Raccontare chi ha lottato contro la criminalità organizzata è un dovere civico. Come scriveva Gesualdo Bufalino: “Se un giorno la mafia sarà sconfitta sarà debellata da un esercito di maestri”. “Il film I cento passi è ricco di contenuti e immagini caratterizzati da emozioni negative come rabbia, odio, disprezzo, paura ed angoscia. La proposta del maestro ci sembra piuttosto audace quindi a nostro parere, solo un confronto con tutte le parti guidato dalla competenza di uno psicologo, potrebbe esserci d’aiuto per valutare l’opportunità o meno di fare visionare a bambini di dieci anni questa pellicola”.

Così mi scriveva qualche tempo fa un genitore di fronte alla proposta di vedere in una classe quinta della primaria, l’opera dedicata a Peppino Impastato. A lui si erano aggregati altre mamme e papà preoccupati per i contenuti dell’opera del regista Marco Tullio Giordana. Il 21 marzo di ogni anno, l’associazione Libera con il ministero dell’istruzione, promuove la Giornata della Memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Un’iniziativa istituita dal Parlamento, su proposta di don Luigi Ciotti, dal 2017. Una di quelle manifestazioni che vanno benedette, soprattutto in un momento storico come questo dove a qualcuno fa paura parlare di mafia, far conoscere le tragiche storie di giornalisti, magistrati, forze dell’ordine, preti, sindacalisti, bambini, amministratori ammazzati dalla criminalità organizzata.

Rimozione della memoria - C’è in atto una pericolosa rimozione della memoria che parte proprio - per assurdo - dalla famiglia e dalla scuola. Basta prendere in mano un sussidiario di geografia di quinta primaria per rendersene conto: le pagine dedicate alla Sicilia ignorano completamente Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nei libri delle medie diventano poco più di una riga. Non parliamo di altri nomi che sono ai più sconosciuti: Beppe Fava, Mauro Rostagno, don Beppe Puglisi, don Beppe Diana, Emanuele Basile, Rocco Chinnici, Gaetano Costa e potrei continuare con una lunga lista.

C’è una responsabilità individuale dei docenti e dei dirigenti - prima di quella collettiva - con la quale dobbiamo fare i conti. L’eco delle stragi di mafia del 1992 sembra essersi quasi sopito grazie all’oblio e alla complicità dell’ignoranza di una politica ossessionata dal gender, che se la prende con Walter Veltroni per aver raccontato nel libro La più bella del mondo (dedicato alla Costituzione) la storia di Pio La Torre. Da bambino per andare a scuola metteva le uniche scarpe che aveva, quelle della zia. Per fortuna, ad andare in soccorso a questo clima, c’è il prezioso lavoro dell’editoria che non smette di pubblicare libri dedicati ai ragazzi che raccontano la vita di chi ha lottato contro la mafia.

Mille vittime di mafia - Di fronte a questo scempio, abbiamo bisogno di un processo di coscientizzazione che parta dai sindaci delle nostre città. Ogni paese, ogni frazione, ogni città dovrebbe, coinvolgendo le scuole, intitolare una via, una piazza, un parco, un parcheggio, una scuola, un’aula, a una delle oltre mille vittime di mafia dal dopoguerra ad oggi.

Raccontare questa storia del nostro Paese è un dovere civico, anche perché la criminalità organizzata non è stata sconfitta ma continua a operare in ogni regione d’Italia. Conoscere le mafie non è una questione d’educazione civica ma è fare storia, geografia, diritto, matematica, economia, letteratura. Scriveva Gesualdo Bufalino: “Se un giorno sarà sconfitta, sarà debellata da un esercito di maestri”. E qualche anno più tardi, Antonino Caponnetto, l’erede dello storico pool antimafia cui avevano fatto parte Falcone e Borsellino diceva: “La mafia teme la scuola più della giustizia, l’istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa”.