di Valter Vecellio
Italia Oggi, 14 agosto 2024
L’Anm, di solito così loquace, ora resta muta. Uno stillicidio: a cadenza quasi quotidiana nelle carceri italiane i detenuti si tolgono la vita. Dall’inizio dell’anno 65 quelli “ufficiali”. Più sette di agenti della polizia penitenziaria. Numeri. Nessuno che “racconti” chi erano queste persone.
Le storie di sofferenza e disperazione - C’è di tutto: c’è chi si è tolto la vita subito dopo l’ingresso in prigione, chi poco prima di lasciarla. Chi era vittima delle dipendenze e chi di sofferenze psichiatriche. Si sono quasi tutti impiccati: col laccio dei pantaloni, chi con le lenzuola, con una corda. C’è chi si soffoca con un sacchetto di plastica, qualche altro riempiendosi i polmoni di gas o altre sostanze. A volte non sono morti subito, gli agenti della penitenziaria hanno provato invano a rianimarli. Età media 37 anni, più stranieri che italiani. Reati che vanno dall’omicidio al piccolo spaccio, tanti con dipendenza dalla droga. Non di tutti sono noti nomi e cognomi.
Poche righe per Matteo, 23 anni. Soffriva di disturbo bipolare. Era rientrato nel carcere perché, svolgendo la pena alternativa lavorando in una pizzeria, aveva sforato sull’orario di rientro a casa. Aveva detto alla madre: “Se mi riportano in isolamento, mi ammazzo”. Poche righe per Stefano, 26 anni: soffriva di depressione. Alam, 40 anni, del Bangladesh, si impicca con un pezzo di lenzuolo pochi giorni dopo il suo ingresso. Fabrizio, 59 anni, si impicca nel padiglione di alta sicurezza del carcere di Agrigento. Andrea, 33 anni, detenuto a Poggioreale, soffriva di disturbi psichiatrici…
È un elenco interminabile di sofferenza e disperazione. Quello che colpisce, dovrebbe colpire, è che la maggior parte delle persone che si tolgono la vita sono cittadini in attesa di giudizio, quindi innocenti.
L’uso abnorme della carcerazione preventiva - Per questa situazione che si trascina da decenni, c’è chi punta l’indice contro il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il suo governo. Indubbiamente hanno le loro responsabilità. Non dimentichiamo però che, accanto a indifferenze e carenze croniche e strutturali, c’è anche il perdurante uso abnorme della carcerazione preventiva: troppo spesso ci si dimentica che dovrebbe essere una misura straordinaria, da applicare solo in presenza di determinate condizioni: il rischio di reiterazione del reato o il pericolo di fuga, l’inquinamento delle prove.
Ormai quella della carcerazione preventiva è diventata una prassi ordinaria. Quanti, di quei 65 detenuti che si sono suicidati, e quanti delle centinaia di tentati suicidi sventati dall’intervento della polizia penitenziaria, quanti erano in carcere in attesa di giudizio, per quali reati; e potevano beneficiare di un’alternativa alla carcerazione? Se sì, perché non ne hanno beneficiato? A queste domande dovrebbe cercare di dare risposta il Consiglio Superiore della Magistratura e la sempre loquace Associazione Nazionale dei Magistrati, che in questa occasione osserva, al contrario, un eloquente silenzio.











