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di Errico Novi

 

Il Dubbio, 3 luglio 2020

 

C'è una mattinata di luglio, calda e leggera, a segnare il mood sulla giustizia. Da una parte Matteo Renzi, dall'altra Antonio Tajani. Si incontrano, ieri mattina, dalle parti di Palazzo Chigi al cospetto di un nutrito drappello di taccuini L'ex premier è con Roberto Giachetti in giro per librerie, e a Tajani viene in mente una battuta che ribalta il calembour inflitto da Renzi a Berlusconi dopo l'espulsione da Palazzo Madama nel 2013: "Ora Matteo, devi dire game open". Sette anni fa la formula liquidatoria usata da Renzi fu "game over per il Cavaliere". Tajani gli ricorda che adesso invece "la partita si è riaperta: sia quella politica sia la vicenda Berlusconi e quella della giustizia", secondo l'interpretazione autentica offerta ai giornalisti dallo stesso numero 2 di Forza Italia.

Il riferimento è anche all'ultimo importante segnale di novità venuto nei rapporti tra Renzi e gli azzurri: la richiesta di "chiarezza" avanzata da Matteo proprio riguardo a quella famigerata condanna riportata in Cassazione, dal Cavaliere, nell'estate del 2013. Non è una cosa da poco. Non è un episodio marginale. Renzi è persona attenta ai simboli. Sa che darla ragione a Berlusconi su quel caso giudiziario significa schierarsi con lui in modo abbastanza strutturale in materia di sentenze politiche, magistratura Ideologizzata, uso strumentale della giustizia, asserito collateralismo fra centrosinistra e toghe progressiste. Con la posizione assunta su Silvio "ingiustamente condannato", Matteo fa riaffiorare insomma tutto il vecchio armamentario del bipolarismo italiano anni Novanta e Duemila.

Nostalgia? Non solo. È roba attuale può diventarlo in modo sempre più chiaro. Intanto perché non si tratta del solo elemento di sintonia, in materia di politica giudiziaria, fra forzisti e renziani. Un altro riguarda, com'è noto la prescrizione. Un altro ancora è la sempre attuale e sottovalutata materia della separazione delle carriere.

Tanto sottovalutata da essere, assai più di quanto si creda, il grimaldello in grado di infrangere gli equilibri persino sulla riforma più attuale di tutte, quella del Csm. Renzi infatti non esclude di considerare la via della legge costituzionale, comunque indispensabile se si vogliono separare le carriere dei magistrati, per rimettere in sesto la magistratura squassata dal caso Palamara. Il guardasigilli Alfonso Bonafede non è affatto convinto della soluzione: è anzi contrario all'ipotesi sia per ragioni ideologiche di base sia perché vuole in ogni caso un intervento rapido, che dia subito risposte allo sconcerto suscitato nell'opinione pubblica dall'indagine di Perugia.

Non a caso, in un'intervista al direttore del Dubbio, Renzi ha pronunciato un giudizio lapidario sulla proposta avanzata dal guardasigilli per riformare l'ordinamento giudiziario: "Così non va".

E qui siamo di fronte a un'ulteriore doppia sottovalutazione. Le nuove norme sui magistrati e sul loro autogoverno rischiano infatti di allargare nella maggioranza, ben oltre il prevedibile, quella faglia giudiziaria aperta nei mesi scorsi dalla prescrizione, e suturata solo dalla tragedia del coronavirus. Episodi come quello della sentenza su Berlusconi sono solo spie del riaffiorare di quella maggioranza variabile sulla giustizia che aleggia come uno spettro sull'intero quadro politico, seppure in modo periodico e volatile.

Ce ne sono altri, e il loro intensificarsi quasi quotidiano è di per sé un indizio. Ieri fonti di Italia viva hanno subito tenuto a far trapelare la notizia che il partito di Renzi ha chiesto agli (attuali) alleati lo stralcio delle due norme più sensibili, dal punto di vista dei rapporti fra giustizia e politica, del decreto Semplificazioni: i limiti all'applicabilità del reato di abuso d'ufficio e la rimodulazione dei presupposti per contestare, agli amministratori pubblici, il danno erariale. Siamo alle solite: sono argomenti sui quali si intravedono timidi tentativi del Movimento 5 Stelle di rinunciare al proprio approccio "general preventivo".

Timidi, almeno dal punto di vista di Renzi e di Forza Italia. Nel caso dell'abuso d'ufficio, solo un paio di giorni fa il responsabile Giustizia di Forza Italia Enrico Costa non solo ha insinuato che le norme annunciate nel decreto sarebbero un precipitoso ravvedimento dovuto ai rischi incombenti, proprio per l'abuso d'ufficio, su sindaci pentastellati come Appendino.

Il deputato divenuto vera spina nel fianco dei giallorossi sulla politica giudiziaria ha anche enfatizzato il carattere solo parziale dell'intervento su quel reato. Bene, Renzi cosa fa? Ci si tuffa alla grande. Prova ad aprire un'altra contraddizione, nella maggioranza, proprio sul fronte di competenza del guardasigilli.

Come se quell'ipotesi di rimettere gli equilibri in discussione sul tema tradizionalmente più arroventato fosse una minaccia da agitare con cadenza sempre più fitta. E tutto naturalmente acquisisce un significato ancora più rilevante, per la stabilità del governo, dopo che ieri Berlusconi si è visto costretto a smentire l'impressione di voler aprire a un nuovo esecutivo, suscitata dalla propria intervista a Repubblica. Da un momento all'altro la partita può tradursi in crisi vera. E il fatto che, come dice Tajani, i giochi siano riaperti, è un dato impossibile da contestare.