di Irene Famà
La Stampa, 27 ottobre 2025
Nel 1963 Gabriella Luccioli fu tra le prime 8 donne a indossare la toga in Italia. “Ho dovuto lavorare più dei colleghi maschi”. Quando il presidente della commissione dichiarò Gabriella Luccioli dottoressa in giurisprudenza con centodieci su centodieci cum laude ci furono applausi scroscianti. Un momento di orgoglio, soddisfazione. Trascorsi i festeggiamenti, però, della sua laurea Gabriella Luccioli non sa che farsene. “I miei compagni erano orientati, sin da subito, a preparare il concorso per entrare in magistratura, ma io non potevo perché donna”, racconta oggi, ottantacinque anni, simbolo di tante conquiste, altrettante vittorie, numerose picconate al “soffitto di cristallo” date, all’inizio, anche un po’ inconsapevolmente. Quando di “soffitto di cristallo” proprio non si parlava.
“Era il novembre 1962 e i magistrati erano rigorosamente uomini”. L’apertura, l’opportunità, arriva mesi dopo: il 9 febbraio 1963. Quello il momento in cui la legge consentì alle donne di indossare la toga. “E io, per senso di accettare la sfida, di provarci, feci il concorso e lo vinsi”. Gabriella Luccioli e altre sette in tutta Italia: prime magistrate. Con la “e” finale, anche se all’epoca menzionare il linguaggio di genere era davvero un’eresia. “Erano anni in cui non c’era particolarmente la consapevolezza della discriminazione, questa è venuta dopo”. Quel concorso, Luccioli lo considera una “fatalità. A inizio Anni 60 non c’era ancora la maturazione di sé e del femminismo, che è arrivata negli anni successivi e ha orientato la mia formazione professionale. All’epoca considerai l’intera situazione una sorta di colpo di fortuna”. La nomina arriva il 5 aprile 1965.
Luccioli è una donna determinata, caparbia. Nata a Terni, in Umbria, frequenta il liceo classico a Spoleto. Poi si sposta a Roma, a La Sapienza. Il primo incarico come uditore giudiziario è al tribunale di Montepulciano. Poi, mesi dopo, rientra a Roma come pretore prima alla quinta poi alla prima sezione civile. Sedici anni dopo, nel 1982, arriva la nomina di consigliera presso la Corte d’appello della Capitale. “No, non è stato facile. Mentirei dicessi il contrario”. Otto magistrate distribuite su tutto il territorio nazionale è sinonimo di solitudine. Per ciascuna di loro. “Nel distretto di Roma, sono rimasta sola per tanti anni. Sola, donna, in un contesto che era unicamente maschile”.
Luccioli ricorda ancora “l’atteggiamento scettico, di attesa, di diffidenza, di messa alla prova”. Gli sguardi di chi, con paternalismo e accondiscendenza, probabilmente piegando la testa sulla destra e abbozzando una sorta di sorriso di comprensione, voleva spiegarle come svolgere il suo lavoro. O di chi, abbassando gli occhiali, attendeva un suo errore. È una donna, impossibile che non sbagli, questo il pensiero comune. E quell’errore, gli altri, gli uomini, lo aspettavano per potere allargare le braccia in segno di disapprovazione. Ad alzare le sopracciglia non erano solo gli avvocati o le persone civili finite nelle maglie della giustizia per questo o quel motivo, ma anche e soprattutto “i colleghi più giovani. Proprio loro facevano fatica a vedersi al fianco, in pari posizione, una donna. Dovevo dimostrare di meritare il posto che ricoprivo, dimostrare la massima professionalità, rispondere a tutte le richieste, emettere sentenze impeccabili”.
Luccioli non si scompone: “Sapevo che dovevo lavorare molto più duramente dei miei colleghi maschi”. Allora come adesso: “Questo aspetto lo si riscontra ancora oggi. Le donne devono lavorare e combattere di più per essere percepite come uguali”. Pioniera, nel 1990 è la prima donna ad essere nominata consigliera della Corte di Cassazione, nel 2008 diventa prima donna presidente di sezione della Cassazione. E ancora. “Nel 2011, per la prima volta per una donna, ho assunto la direzione di quella sezione”. Insieme ad altre, fonda l’Associazione donne magistrato italiane: non vuole essere semplicemente un esempio, ma lottare concretamente, in prima linea, perché le cose cambino.
Oggi le magistrate “sono tante, circa il 57%, e sono destinate ad aumentare sempre di più. Lo si vede nei concorsi: studiano, si iscrivono, li superano”. Parità raggiunta? “I numeri sono buoni e significativi, ma ancora non c’è parità negli incarichi direttivi”. Per le funzioni requirenti, le donne a capo di uffici delle procure sfiorano il 23%, e per le funzioni giudicanti il dato ruota attorno al 33%. “È vero, abbiamo avuto la bella esperienza di una donna presidente della Suprema Corte di Cassazione. Un particolare momento che ha avuto un forte valore simbolico, ma che non cancella la realtà dei fatti: la nostra scarsa rappresentanza”. Tema complesso, delicato. Luccioli non vuole banalizzare, un aspetto però lo sottolinea: “Le donne, ancora oggi, devono badare a diverse cose. Ed essere dirigente d’ufficio comporta, molto spesso, spostamenti di sede”.
I diritti restano una priorità per Luccioli che nel 2007 firma la sentenza relativa al caso di Eluana Englaro, con cui si sancì l’autodeterminazione terapeutica per i malati terminali (si diede loro, insomma, la possibilità di scegliere), e nel 2013 la sentenza in cui difese l’affidamento dei minori alle coppie omosessuali.
Oggi è in pensione, ma l’animo battagliero è sempre lo stesso. Le scorse settimane, a Genova, ha presenziato e partecipato al congresso nazionale di AreaDg, gruppo progressista dei magistrati, per dibattere sulla riforma costituzionale della giustizia a firma Meloni-Nordio. “Una riforma pessima. Fatta con intenti diretti a menomare l’autonomia della magistratura. Per non parlare dei costi che comporterà. Eccessivi. Sa cosa significa raddoppiare il Consiglio superiore della magistratura? Per non parlare dello svilimento di un organo costituzionale come il Csm”.
E a Giorgia Meloni, prima premier donna, lancia una riflessione: “Avrebbe potuto rappresentare un simbolo e non l’ha fatto. La sua prima mossa in pubblico è stata chiedere di essere chiamata “il presidente”. Al maschile”. Non credo che tra “il” o “la” premier, in fondo, poco cambi? “No, il linguaggio è molto importante”. Nessun vezzo o puntigliosità. “Il linguaggio esprime consapevolezza di sé e responsabilità della propria funzione”.











