di Giuseppe Ayala*
Corriere della Sera, 8 giugno 2019
Mai come in questi giorni il Csm è stato investito da uno "tsunami" tanto devastante. Lungi da me la voglia di ergermi a giudice di chicchessia. Non ho resistito, invece, a quella di trasformarmi in una sorta di archeologo istituzionale.
Ho così rispolverato due significativi reperti dello scorso secolo. Il primo è tratto da una relazione pronunciata a Milano il 5 novembre 1988 da Giovanni Falcone. Mi limito a riportarne alcuni brani: "Se i valori dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura sono in crisi, ciò dipende, a mio avviso, in misura non marginale anche dalla crisi che, ormai da tempo, investe l'Associazione dei giudici, rendendola sempre più un organismo diretto alla tutela di interessi corporativi e sempre meno il luogo di difesa e di affermazione dei valori della giurisdizione nell'ordinamento democratico... le correnti dell'Anm, anche se, per fortuna, non tutte in egual misura, si sono trasformate in macchine elettorali per il Csm e quella occupazione delle istituzioni da parte dei partiti politici che è alla base della questione morale, si è puntualmente presentata in seno all'organo di autogoverno della magistratura, con note di pesantezza sconosciute anche in sede politica".
Falcone ne era stato vittima proprio nel gennaio di quell'anno, allorché la maggioranza dei membri del Csm gli impedì di andare a ricoprire l'incarico di capo dell'Ufficio istruzione di Palermo. E appena il caso di ricordare che quell'infausta scelta decretò il progressivo sfaldamento del mitico "pool antimafia" grazie al cui lavoro lo Stato aveva ottenuto, per la prima volta, risultati davvero straordinari nel contrasto a Cosa Nostra. Basta ricordare il maxiprocesso del 1986-87 nel quale mi toccò l'onere di sostenere l'accusa. Non a caso, dopo il 23 maggio 1992, Caponnetto affermò: "Giovanni cominciò a morire nel gennaio 1988".
Qualche mese dopo scrisse: "Da tempo sono giunto alla conclusione che il Csm funziona male. Il Csm è un groviglio inestricabile di interessi di varia natura, da cui la magistratura non riesce a liberarsi: queste incrostazioni corporativistiche, correntizie e politiche provocano uno stato di paralisi nei rapporti con le istituzioni. Troppe volte il Csm è mancato all'appuntamento con decisioni importanti".
Le odierne vicende consiliari, insomma, possono suscitare qualsivoglia sensazione tranne la sorpresa o lo stupore. Era scontato che, prima o dopo, il verminaio fosse destinato a venire alla luce. Mi sono sempre riconosciuto nei severi giudizi di cui sopra, sino a farli miei. Li ho richiamati, per esempio, durante una trasmissione radiofonica della Rai del 2017. Il mio interlocutore era nientemeno che l'allora membro del Csm Palamara, il quale, infastidito, replicò invitandomi a smetterla con il solito qualunquismo. Incredibile, ma vero!
La mia testardaggine mi indusse a leggere il pensiero di Falcone quando mi fu data la parola durante il plenum straordinario del Csm convocato dal Presidente della Repubblica in occasione del venticinquesimo anniversario della strage di Capaci. Così, tanto per lasciarlo agli atti a futura memoria. Non a meri fini consolatori, poi, va ricordato che la brutta vicenda è venuta fuori grazie al lavoro di alcuni magistrati.
Lo sottolineo a conferma di ciò in cui ho sempre creduto: il corpo della magistratura italiana è un corpo sano capace anche di fare pulizia al suo interno. I cittadini italiani, insomma, possono ancora fidarsi dei loro giudici. Un accenno a una delle proposte di riforma tornate in questi giorni agli onori della cronaca, quella dell'elezione a sorteggio dei membri del Csm.
A parte la assai dubbia costituzionalità della stessa, mi chiedo se esista qualcosa di simile nelle altre democrazie occidentali per determinare la composizione di un organo di rilevanza costituzionale. Penso proprio di no. E allora è meglio non esagerare con l'originalità e ponderare bene ogni intervento innovativo. In ogni caso "mala tempora currunt".
Il mio pensiero solidale va al mio vecchio amico Sergio Mattarella. Settennio più complicato non poteva capitargli. Da semplice cittadino mi conforta pensare che forse, proprio grazie alla sua riconosciuta saggezza, riusciremo a evitare il disastro. Non sarà facile.
*Vice presidente Fondazione Giovanni Falcone










