di Luigi Manconi
La Stampa, 1 giugno 2023
Sugli arrivi serve cambiare strategia. L’Ue ci deve aiutare, ma rispettiamo gli standard di protezione: oggi non è così. Dal primo gennaio del 2023 fino a ieri sono sbarcati sulle coste italiane quasi 50 mila tra migranti e profughi (e si tenga conto che la distinzione tra le due categorie è sempre più labile): per l’esattezza, 48.837. Il più alto numero mai registrato negli ultimi dieci anni, con la sola eccezione del 2017. Se proiettiamo i dati relativi ai primi cinque mesi del 2023 sull’intero arco di un anno è possibile che si superi il numero massimo di arrivi dell’ultimo decennio: quei 181.436 del 2016.
Balzano agli occhi due immediate conseguenze politiche. La prima: il governo Meloni registra, su uno dei punti qualificanti il suo programma, un’autentica bancarotta, un impietoso fallimento, una sconfitta senza appello. Se fossimo un Paese di persone perbene - e, magari, di gentiluomini - dovremmo aspettarci le scuse del ministro Matteo Salvini nei confronti della precedente titolare del dicastero dell’Interno, Luciana Lamorgese, fatta oggetto di greve dileggio e di indecorose contumelie quando, nel corso del corrispondente periodo di tempo, il numero degli arrivi era di 14.412.
La seconda conseguenza riguarda quel colossale spreco di demagogia che accompagna la politica migratoria delle destre. Uno scialo di emotività minatoria (“il blocco navale!”), di cupa xenofobia (“l’invasione! “), di velleitarismo declamatorio (“governeremo l’immigrazione! “) per occultare, tra una smargiassata puerile e una norma discriminatoria, l’incapacità di guardare in faccia la realtà.
Tutti al mondo sembrano averlo capito, e da tempo, tranne la destra italiana e i suoi sodali. I flussi migratori costituiscono un fenomeno enorme e non transitorio, derivante da cause profonde di natura storica, demografica, economica, climatica e, ancora, antropologica: ovvero l’irriducibile tendenza dell’essere umano a muoversi. Essa costituisce la base dello ius migrandi, uno dei primi diritti naturali universali, tra i più importanti del diritto internazionale nella sua configurazione liberale classica: sin da quando venne teorizzato, nel 1539, dal gesuita spagnolo Francisco de Vitoria.
Poi, come è evidente, quel diritto fondamentale va contemperato con le legislazioni nazionali e con i limiti posti dalle compatibilità economico-sociali e geopolitiche. Ma questo non deve far dimenticare l’entità della questione e la sua dimensione etico-politica. Ebbene, qualche matto o qualche cinico pensa davvero di poter affrontare tutto ciò - meglio, di far credere che lo si possa affrontare - con l’aumento delle motovedette nel Mediterraneo? Con altre ingenti risorse da versare al regime dispotico di Recep Tayyip Erdogan? Con un’ulteriore riduzione dei diritti e delle garanzie per coloro che sbarcano in Italia?
Al governo Meloni è richiesto ben altro. È richiesta innanzitutto una prova di verità. Dichiarare che una politica migratoria razionale e intelligente esige la rinuncia a qualunque tonalità populista, uno sguardo lungimirante e un programma di ampio respiro. È chiaro a tutti che la soluzione può essere solo di portata europea, ma - proprio per questo - l’Italia deve abbandonare ogni polemica meschina e, prima ancora, garantire quegli standard di tutela dei diritti fondamentali richiesti dalle convenzioni internazionali ed europee e dalla nostra stessa Carta costituzionale.
E deve riconoscere quanto sia falsa la rappresentazione di una Europa “egoista” rispetto a una Italia “troppo generosa”. I numeri dicono altro. Non solo il nostro Paese accoglie i migranti, ma a braccia chiuse: il fatto è che ne ospita un numero inferiore rispetto a Paesi simili. Nel 2022 la Germania ha riconosciuto lo stato di rifugiato o altra forma di protezione a 159.365 richiedenti, la Francia a 49.990, l’Italia a 39.660. È a partire da questi dati, e dalla consapevolezza di un comune destino, che l’Italia dovrebbe avviare quella politica unitaria con l’Europa di cui si continua a parlare senza che si registri un solo passo avanti.
Per capirci: è assolutamente vero che la Francia adotta ai confini con l’Italia metodi brutali e che ricorre a trattamenti anche peggiori nel controllo dei movimenti di migranti davanti al Canale della Manica. Ma i gesti di ripicca e di rivalsa non hanno alcuna efficacia, come si è visto. Se volessimo utilizzare un linguaggio, per così dire, salviniano, dovremmo dire che il più pulito ha la rogna; e dovremmo riconoscere onestamente che le violazioni dei diritti umani, in Italia, non sono meno frequenti di quelle che si verificano in Francia, Germania, Spagna. Le condizioni dell’hotspot di Lampedusa non sono diverse da quelle della cosiddetta Giungla di Calais, un accampamento informale realizzato nei pressi della città portuale francese. Un rapporto dell’organizzazione Human Rights Watch ha documentato quanto fosse sistematica la violazione dei diritti umani. E reportage indipendenti hanno raccontato la situazione drammatica dei centri di identificazione ed espulsione, collocati in aree isolate del territorio tedesco.
Di conseguenza, il possibile successo di una iniziativa dell’Italia per promuovere una politica migratoria condivisa non può discendere, certo, dall’elenco delle nefandezze attribuibili ai partner, ma dal suo esatto contrario. Dal riconoscimento, cioè, non solo che il problema è comune, ma che comune è il debito che i Paesi membri hanno contratto: rispetto alla salvaguardia degli standard di protezione umanitaria e rispetto alle politiche di inclusione dei nuovi arrivati all’interno del sistema della cittadinanza europea.
Da qui, necessariamente, si deve partire. È il riconoscimento di una responsabilità, come dire, in solido e di una strategia condivisa a livello europeo e anche la base indispensabile per realizzare quegli accordi con i Paesi africani, giustamente indicati come condizione indispensabile, ma troppo spesso rimasti sulla carta. E proprio a causa della forza ridotta che ciascun Paese può mettere a disposizione di programmi così ambiziosi di cooperazione internazionale.
Non sembra proprio che i numerosi viaggi di Giorgia Meloni nel continente africano muovano da questa consapevolezza e si affidino a questa prospettiva. Il “piano Mattei” sembra essere non più che una vanitosa velleità o una aspirazione impotente, tanto più per un Paese come il nostro, afflitto da tanti limiti strutturali. A questo punto, c’è da augurarsi che sia la disfatta segnalata dall’altissimo numero delle persone sbarcate - evidentemente non turbate dai proclami tonitruanti di Meloni & Salvini - a imporre un radicale cambiamento di strategia.










