di Fabrizio Pomes
vocididentro.it, 9 ottobre 2026
Oggi ho ricevuto una mail che non avrei voluto ricevere. Era di un amico, Tommaso, con il quale ho condiviso un tratto di detenzione. Uno di quei rapporti che nascono in un posto nel quale non avresti mai voluto incontrare nessuno e che, proprio per questo, qualche volta diventano più profondi. Avevo seguito con speranza il suo percorso. Finalmente era riuscito a lasciare il carcere per entrare in una comunità e affrontare seriamente la sua dipendenza dall’alcol. Non era la libertà, forse. Ma era una porta aperta. Una possibilità. Pensavo fosse l’inizio di qualcosa. Poi oggi la sua mail. Mi ha scritto dal carcere di Orvieto. È di nuovo dentro.
Deve scontare quattro anni. Ho riletto quelle poche righe più volte e la prima parola che mi è venuta in mente è stata una soltanto: recidiva. Una parola fredda, tecnica, quasi burocratica. Nei convegni diventa una percentuale. Nelle statistiche una colonna. Nei fascicoli giudiziari una condizione che può aggravare la posizione di chi torna a commettere un reato. Ma quando dietro quella parola riconosci un volto, una voce, una persona con cui hai diviso la sezione, un corridoio, un’attesa, allora la recidiva smette di essere una categoria giuridica. Diventa una sconfitta. La sua, certamente. Perché la responsabilità personale non può essere cancellata e chi commette nuovamente un reato deve fare i conti con ciò che ha fatto. Ma siamo sicuri che sia soltanto la sua sconfitta? È questa la domanda che dovremmo avere il coraggio di farci.
Chi non ha conosciuto il carcere può immaginare che il giorno della scarcerazione sia necessariamente un giorno felice. Il cancello si apre, restituiscono gli effetti personali, finisce la pena e finalmente si torna alla vita. Magari fosse così semplice. Il carcere può finire sulla carta molto prima di finire nella testa, nelle relazioni, nel conto corrente, nella ricerca di una casa o di un lavoro. Fuori bisogna ricominciare. E ricominciare significa avere un posto dove dormire, qualcuno da chiamare, un lavoro, dei documenti in regola, una rete di relazioni.
Significa soprattutto avere qualcuno che continui a credere che tu possa essere qualcosa di diverso dall’errore che hai commesso. Per chi porta con sé una dipendenza, una fragilità o anni di marginalità, tutto questo diventa ancora più difficile. Ed è proprio lì che si gioca una parte decisiva della lotta alla recidiva. Possiamo costruire muri sempre più alti, mettere più serrature alle porte e invocare pene sempre più lunghe. Ma prima o poi quasi tutte quelle porte si apriranno. E la domanda sarà sempre la stessa: chi troveremo dall’altra parte del cancello?
Una persona preparata a vivere senza commettere nuovi reati oppure qualcuno al quale abbiamo semplicemente insegnato a sopravvivere in carcere? La Costituzione non dice soltanto che una persona deve scontare una pena. Dice che quella pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Non è buonismo. È sicurezza. Perché il vero risultato di un sistema penitenziario non si misura soltanto contando quante persone riesce a tenere chiuse dentro. Si misura anche contando quante, una volta uscite, non avranno più bisogno di tornarci.
Ogni persona che non torna a delinquere significa una nuova vittima evitata. Significa maggiore sicurezza per tutti. Significa una famiglia che forse riesce a ricomporsi, un lavoratore recuperato, una vita che ricomincia e anche minori costi per lo Stato. E allora lavoro, formazione, cura delle dipendenze, salute mentale, affetti, misure alternative, comunità, volontariato e accompagnamento dopo la pena non sono regali concessi ai detenuti. Sono strumenti di prevenzione. C’è un’immagine che mi tormenta quando penso alla recidiva: quella della porta girevole. Si entra in carcere. Si sconta la pena. Si esce. Poi qualcosa non funziona.
E si rientra. Ogni giro sembra riportare la persona esattamente al punto di partenza, ma non è così. Perché ad ogni ritorno qualcosa rischia di essersi consumato: un legame familiare, una possibilità di lavoro, la fiducia degli altri e, soprattutto, la fiducia in sé stessi. A un certo punto può nascere il pensiero più pericoloso di tutti: “Tanto io sono questo.”
È lì che il carcere rischia di aver perso la sua battaglia. Perché una pena che dice a una persona soltanto ciò che è stata, senza aiutarla a immaginare ciò che potrebbe diventare, rischia di trasformarsi in una profezia. Entri da colpevole. Esci con l’etichetta di ex detenuto. Rientri da recidivo. E ogni volta diventa più difficile convincere gli altri - e te stesso - che un’altra vita sia ancora possibile. Non assoluzione, ma responsabilità Parlare delle cause della recidiva non significa giustificare chi torna a commettere reati. Questa precisazione sembra sempre necessaria. Capire non significa assolvere.
Possiamo riconoscere contemporaneamente due verità: una persona è responsabile delle proprie azioni e una società seria deve chiedersi quali condizioni rendano meno probabile che quelle azioni si ripetano. Altrimenti rischiamo di accontentarci della soluzione più semplice: richiudere la porta. Ma se quella stessa persona, dopo mesi o anni, uscirà nuovamente nelle stesse condizioni di prima, che cosa avremo risolto? Avremo soltanto spostato il problema nel tempo. Continuo a pensare al mio amico. Non conosco ancora tutto quello che è successo e non voglio giudicarlo né cercare attenuanti che non mi competono.
So soltanto che speravo che quella comunità rappresentasse per lui un nuovo inizio. Oggi invece mi ha scritto da una cella. Quattro anni. Quattro anni sono lunghi. Ma possono essere soltanto quattro anni sottratti alla vita oppure quattro anni utilizzati per provare, ancora una volta e nonostante l’età, a ricostruirla. Dipenderà da lui. Ma non soltanto da lui. Dipenderà dalle opportunità che incontrerà, dalle persone che gli staranno accanto, dai percorsi di cura che potrà continuare, dal lavoro, dalla formazione e soprattutto da ciò che troverà quando, un giorno, quel cancello si aprirà nuovamente.
Perché possiamo continuare a maledire la recidiva. Oppure possiamo cominciare a combatterla davvero. E combatterla significa avere il coraggio di comprendere una cosa molto semplice: la sicurezza non si costruisce soltanto facendo entrare le persone in carcere. Si costruisce soprattutto facendo in modo che non abbiano bisogno di tornarci. Oggi il mio amico è tornato dentro. Non voglio che questa sia soltanto la storia di un fallimento. Vorrei che diventasse una domanda per tutti noi: quando un uomo torna in carcere, ha fallito soltanto lui o l’intera società?









