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di Luigi Manconi e Marica Fantauzzi

La Stampa, 30 aprile 2022

Tra non molto saranno passati due secoli da quando Victor Hugo scrisse: “Se tutto, attorno a me, è monotono e incolore, dentro di me non c’è forse una tempesta, una lotta, una tragedia? La morte rende cattivi”. (L’ultimo giorno di un condannato a morte, 1829). Cosa ci dice il rapporto presentato ieri dall’associazione Antigone, Le carceri viste da dentro, rispetto a quel processo di “incattivimento” determinato dalla vita coatta in un ambiente “monotono e incolore”, dominato dalla tragedia?

I dati presentati dal XVIII rapporto di Antigone, che da un quarto di secolo visita le carceri italiane, ci raccontano che, certo, il nostro sistema penitenziario è molto mutato da quello francese dei primi dell’800: ma che, oggi come allora, qui come là, a dominare è la presenza della morte. Si considerino statistiche e numeri relativi ai decessi, agli atti di autolesionismo e ai suicidi, alle patologie (comprese le più acute), alla diffusione delle epidemie, al fenomeno suicidario tra i poliziotti penitenziari, all’altissimo tasso di tossicomanie e di overdose, alla frequente presenza di pazienti psichici. E si consideri quella “tragedia” rappresentata dalla circolazione di una pulsione di violenza, che si manifesta, fatalmente, nell’aggressività latente, nell’ostilità sorda, nei rapporti di autorità che precipitano in prevaricazione e prepotenza, nei numerosissimi casi di trattamenti inumani e degradanti (attualmente sono una ventina quelli sottoposti a indagine giudiziaria o a processo) attribuiti a membri della Polizia penitenziaria. Il rapporto di Antigone parla di tutto questo e ha, in primo luogo, la funzione liberatoria di contestare alla radice alcuni stereotipi dominanti. Il più diffuso tra questi si esprime così: ma in Italia nessuno finisce mai in carcere. E, invece, le cifre dicono che mentre in Francia e in Inghilterra si entra in carcere a seguito di una condanna, rispettivamente, nel 30 e nel 36% dei casi, in Italia siamo al 55%. E chi non ha accesso alle alternative alla detenzione, chi ha conosciuto solo il carcere, finisce per tornarci. E non solo una, ma anche cinque volte (al 31 dicembre 2021, dei detenuti presenti in Italia, solo il 38% era alla prima reclusione. Il 62% c’era già stato almeno un’altra volta. Il 18% ben 5 o più volte).

Altro stereotipo che il rapporto ribalta è quello che considera le nostre città sempre meno sicure e sempre più “ostaggio della criminalità” (specialmente di quella “di strada”). Ma quello che emerge è una realtà in cui, da trent’anni a questa parte, tutti i reati, compresi quelli più suscettibili di produrre allarme sociale perché più prossimi ai cittadini, sono in drastica diminuzione. Quindi, osserva Antigone, “diminuiscono i reati in generale, diminuiscono i detenuti in termini assoluti ma aumenta il numero medio di reati per persona. Ciò è indice dell’incremento di quello stesso tasso di recidiva”, vera maledizione del sistema della giustizia italiana.

E, ancora, un ulteriore stereotipo che fatica a scomparire: in Italia, in realtà, nessuno sconta davvero l’ergastolo. Anche su questo, Antigone ci dice tutt’altro. Il numero delle persone condannate al “fine pena mai” è in forte aumento: a oggi sono 1.810, di cui 119 stranieri. Nel 2012 erano 1.581, nel 2002 erano 990, nel 1992 erano 408. Degli ergastolani attuali, la maggior parte è destinata a morire in carcere, in quanto sottoposta al cosiddetto “ergastolo ostativo” che non consente di usufruire di alcun beneficio e della liberazione condizionale.

D’altra parte, se la morte non è più, da decenni, una condanna possibile nei nostri sistemi democratici (con l’eccezione di molti stati Usa e del Giappone), allora viene da chiedersi perché la sua sinistra presenza risulti così immanente e pressante all’interno dei penitenziari italiani.

C’è un approfondimento nel rapporto chiamato “Eventi critici”, ovvero “tutti quegli avvenimenti che mettono a repentaglio la sicurezza delle persone detenute, del personale o la sicurezza dell’istituto”. A cominciare dai suicidi, che nel 2021 sono stati 57. “Importante notare - osserva Antigone - come l’Italia sia tra i Paesi europei quello con il più alto tasso di suicidi nella popolazione detenuta, mentre è tra i Paesi con i tassi di suicidio più bassi nella popolazione libera”.

Un ultimo dato: al 31 marzo 2022, erano 19 i bambini di età inferiore ai tre anni che vivevano insieme alle loro 16 madri all’interno di un istituto penitenziario. Viene in mente che allo stesso grande scrittore francese è attribuita una frase diventata proverbiale: “La storia di una società è scritta sui muri delle prigioni”. L’origine è controversa ed è futile tentare di ricostruirne la filologia. Ciò che è certo è che se sulle pareti di una cella, oltre alle tracce di un odio o di una passione, dovremo ancora trovare disegni di mani infantili, è indubbio che quella delle prigioni continuerà a essere una storia di persistente barbarie.