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di Francesca Fagnani

La Stampa, 7 maggio 2023

Per i figli dei quartieri difficili il destino è continuare a morire anche durante una notte magica. Neanche una notte per godersi il miracolo più atteso di San Gennaro che la cronaca torna a manifestarsi in tutta la sua asprezza; nemmeno il tempo di assaporare quella sensazione nuova di essere primi, di vincere finalmente qualcosa, di guardare meritatamente le altre squadre e il resto del Paese dall’alto in basso che arriva la notizia di un ragazzo di 26 anni morto sparato, come si usa dire.

Si chiamava Vincenzo Costanzo e non è morto per un petardo o per un proiettile vagante, è stato ucciso in un agguato di camorra, come si è affrettato a precisare il prefetto di Napoli Claudio Palomba, specificando come il triste evento fosse assolutamente slegato dai festeggiamenti: “Non ha nulla a che vedere con le celebrazioni per la vittoria calcistica. Il piano sicurezza messo a punto per evitare che i festeggiamenti degenerassero ha retto”. Possiamo tirare un sospiro di sollievo, il sistema disposto per celebrare il trionfo del Napoli ha funzionato e stavolta non ci sono responsabilità da distribuire e colpevoli da trovare per l’omicidio di un giovane di 26 anni e il ferimento degli altri tre ventenni che lo accompagnavano.

Attenti a “non dare un messaggio sbagliato”, dichiara poco dopo il sindaco Gaetano Manfredi: “Questo morto che c’è stato è legato ad una dinamica che non c’entra niente con la festa. Si tratta di una persona che ha precedenti importanti”. Un pluripregiudicato, un malacarne in fondo, niente di più di una delle tante ammazzatine che i malavitosi si fanno tra di loro e che se non sconvolgono più nemmeno le istituzioni locali, figurarsi il resto della nazione, tanto che la notizia è stata derubricata immediatamente a fatto minore e locale. Viceversa, fosse morto per qualcosa andato storto durante i caroselli, il giorno dopo la notizia avrebbe meritato il titolo di apertura e si sarebbe alzato un polverone politico destinato a durare per giorni. E invece niente. Meglio così, no?

Vincenzo Costanzo, 26 anni compiuti una settimana fa, è stato trovato agonizzante dai Carabinieri in piazza Carlo III con il corpo crivellato di colpi di pistola, sparati probabilmente da un commando di quattro killer nella vicina Piazza Volturno dove sono stati ritrovati a terra 7 bossoli calibro 9x21. È arrivato in codice rosso all’ospedale Cardarelli di Napoli, ma le ferite erano così numerose e profonde che i medici non hanno potuto far niente per salvarlo e in due ore se n’è andato. Parenti e amici sopraggiunti in massa al pronto soccorso, hanno tentato di entrare ma senza riuscirci e alla notizia della morte del ragazzo hanno danneggiato porte e finestre. Scene viste e riviste negli ospedali napoletani, e non solo, nonostante siano stati istituiti all’interno presidi della polizia di Stato, che servono da deterrente certo, ma non da argine alla rabbia quando esplode come violenza di gruppo.

Anni fa ebbi modo di raccogliere lo sfogo di un primario del vecchio Pellegrini che confessò che tanta era la paura della reazione degli altri da essere arrivato a sperare di veder arrivare in pronto soccorso i feriti da accoltellamento o da arma da fuoco, con poche chance di sopravvivenza, già morti. Una riflessione drammatica, un tradimento della propria missione, sia per chi dovrebbe salvare vite sia per chi dovrebbe mettere i medici nella condizione di farlo: un fallimento per tutti.

Vincenzo Costanzo era uno dei tanti giovani predestinati dei quartieri, noto da tempo alle forze dell’ordine, aveva già alle spalle diversi precedenti per droga. Figlio di una zona complicata come Ponticelli e di un padre, Maurizio, considerato un esponente di spicco del clan D’Amico che con i ben più potenti Mazzarella si contende da anni a colpi di attentati dinamitardi il controllo dell’area orientale della città contro i clan De Micco e De Luca-Bossa, appartenenti invece all’Alleanza di Secondigliano.

L’altra notte insieme a Vincenzo hanno sparato, per fortuna senza gravi conseguenze, anche ai suoi amici: alla sua fidanzata Valeria, 26 anni incensurata, a Ciro Paolillo, 24 anni con precedenti per tentato omicidio, a Ciro Donzelli, 20 anni con precedenti per rapina. Tutti figli di un dio minore. Perché se nasci in un rione, in una via, in un palazzo o da quella famiglia è difficile se non impossibile avere un destino diverso da quello dei tuoi genitori e dei tuoi vicini, a meno di non essere dotati di una smisurata forza di volontà.

A Napoli, alcuni rioni sono luoghi di esclusione sociale dove a 12 anni impari a tenere in mano una pistola, a 13 fai i primi scippi e a 15 fai le rapine a mano armata, a 17 sei in carcere o peggio; il tasso di abbandono e di dispersione scolastica in alcune zone supera il 50 per cento, percentuali che tolgono il futuro non solo ai ragazzi, ma a tutta la città. Quando è capitato di intervistare persone detenute per reati gravissimi ho chiesto loro cosa avrebbero cambiato della loro vita, avendone la possibilità. Quasi tutti mi hanno risposto: “Tornerei scuola”, l’unico luogo per chi non ha la fortuna di nascere nel posto giusto di intravedere un futuro alternativo a quello scritto per te da altri.

In uno straordinario racconto contenuto nel libro Il mare non bagna Napoli, scritto nel ‘53 da Anna Maria Ortese, Eugenia che vive in un basso napoletano è una ragazzina spensierata, ma vede pochissimo fino a quando un dottore le promette un paio di occhiali che le consentiranno finalmente di vedere tutto quello che la circonda. Da quel giorno comincia l’attesa eccitata per l’arrivo di questi benedetti occhiali, ma appena li inforca il sorriso le si muta in una smorfia, perché le arriva addosso all’improvviso quella miseria e quella rassegnazione che prima non vedeva e a quel punto per la sofferenza comincia a vomitare. Eppure la zia l’aveva avvisata: “Figlia mia il mondo è meglio non vederlo, che vederlo”.

Dall’inclemenza della realtà però non si può fuggire per sempre e la storia di Vincenzo Costanzo, nato con una fedina penale già sporca, morto sparato a 26 anni, riflette la condizione di troppi giovani il cui destino da rovesciare dovrebbe essere al centro dell’interesse di tutti, anche quando per sorte si viene uccisi in una notte magica, in cui ha funzionato tutto o quasi.