di Anais Ginori
La Repubblica, 28 marzo 2022
L’Unione europea è finalmente pronta a compiere un passo verso la solidarietà nell’accoglienza ai profughi. L’accordo per garantire lo status di rifugiato, la mobilità e un sostegno economico alle persone in fuga dai bombardamenti russi in Ucraina non è solo un atto morale dovuto nella tragedia di una guerra vicina che non permette più l’alibi della distanza geografica e culturale. È la premessa di una rivoluzione copernicana che mette al centro il principio della condivisione nella gestione di flussi migratori provocati da conflitti ed emergenze umanitarie.
Il paradosso vuole che quello che l’Italia ha faticato ad ottenere negli ultimi anni, stia riuscendo a paesi come la Polonia e gli altri governi di Visegrad che hanno sempre osteggiato qualsiasi iniziativa di aiuto, mentre ora si ritrovano in prima linea. Certo, l’intesa trovata in queste ore per sostenere il governo di Varsavia è stata in qualche modo agevolata dal fatto che non è possibile disquisire sulla differenza tra rifugiati e migranti economici. Le donne e bambini che scappano sono evidentemente profughi che necessitano protezione.
In qualche giorno è stato superato quel limite finora inscalfibile del “Paese del primo approdo”, stabilito dalle regole di Dublino, secondo cui erano i governi che avevano frontiere esterne dell’Ue dovevamo farsi carico dei profughi, ritrovandosi in completa solitudine se non attraverso vaghi accordi di redistribuzione che mai hanno davvero funzionato. Non si contano i vertici europei finiti in un’impasse per l’egoismo di quelli che non riuscivano a vedere che l’appartenenza all’Unione produce diritti ma anche doveri. La tragedia epocale di milioni di profughi in uscita da un paese aggredito anche perché aspira a far parte dell’Ue ha messo in difficoltà la retorica sovranista che, non a caso, aveva tra i massimi ispiratori governi ora tra i più esposti all’emergenza.
Aprendo il semestre di presidenza francese dell’Ue, Emmanuel Macron aveva ammesso che c’erano scarse possibilità di chiudere un accordo sul Patto Asilo e Immigrazione. Tre mesi dopo, diventa invece possibile ripensare il diritto-dovere di accoglienza in una gestione condivisa tra i ventisette paesi. Se è vero che l’Unione avanza solo attraverso le crisi, l’effetto combinato della pandemia e della guerra in Ucraina ha già portato a diverse rivoluzioni. Quella del Recovery Fund ha permesso di fare il salto dell’indebitamento comune per fronteggiare lo shock simmetrico del Covid e investire nelle sfide del futuro, dalla transizione ecologica al digitale. In meno di due anni i piani di ripresa e resilienza sono diventati una realtà, e si discute ora di come modularli, adattandoli alle nuove necessità tra cui anche le spese per una Difesa comune che fino a poco fa sembrava un’altra delle tante chimere dell’Unione.
Gli ostacoli per una vera integrazione degli eserciti europei e per far lavorare insieme i gruppi industriali del settore sono ancora tanti. Ma l’Ue si è dotata di una bussola strategica, sta costruendo una forza rapida di intervento con cinquemila uomini, lavora con una Nato che non è più in “morte cerebrale”, come aveva detto Macron, ma è di nuovo impegnata sul Vecchio continente. L’Europa avanza, scoprendosi nuove vulnerabilità, a cominciare dalla dipendenza energetica, ma nel frattempo ha imparato a riconoscere le sue leve di forza, basti pensare quello che è successo anche con l’acquisto collettivo dei vaccini contro il Covid. Tutto è ancora da confermare. Lo slancio del Recovery Fund non dovrà infrangersi sul ritorno dell’ortodossia dei Paesi del nord, e passata l’emergenza dei profughi ucraini i governi dell’Est saranno chiamati a ricordarsi di cosa significa essere solidali. Ma il salto culturale è ormai compiuto: l’Ue non è più una potenza riluttante.











