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di Carlo Nordio

Il Messaggero, 27 luglio 2025

Il dibattito politico sulla separazione delle carriere ha riproposto l’antico quesito sull’opportunità o meno di cambiare idea dopo che l’Associazione Magistrati ha ricordato al Guardasigilli Carlo Nordio che anche lui, molti anni fa, era contrario al provvedimento che ora lo vede tra i principali sostenitori. In questo articolo, redatto nel marzo 2017 per le pagine culturali de Il Messaggero, proprio Carlo Nordio rivendicava il diritto di poter cambiare idea ed elencava una serie di precedenti illustri. Ve lo riproponiamo come contributo al dibattito in corso.

Una delle caratteristiche del nostro Parlamento è il cosiddetto cambio di casacca di molti dei suoi componenti. In effetti, nell’arco di una legislatura, una buona percentuale di deputati e senatori emigrano da un partito, o da un gruppo a un altro. La giustificazione che ne danno gli autori si fonda, generalmente, su un detto di origine incerta: che soltanto i morti e gli stupidi non cambiano idea. Come tutti gli aforismi è in parte vero e in parte no: persone intelligentissime hanno mantenuto per tutta la vita le stesse opinioni. Altrettanti filosofi, scienziati, religiosi, hanno invece sconfessato il proprio credo, magari mutandolo più volte nel corso degli anni. Al di là delle battute derivate dalla convenienza politica, questo fenomeno ci deve ispirare alcune considerazioni. Ma prima di esporle, vediamo due esempi illustri: Albert Einstein e Julius R. (Oppie) Oppenheimer.

Di Einstein non occorre dire nulla. Fu il più grande scienziato del 900 e, con Newton e Galileo, il più rivoluzionario nella storia della scienza. Oppenheimer fu un fisico quasi altrettanto geniale, più eclettico anche se meno innovativo del suo vecchio collega. Fu un bimbo prodigio, si dice che a cinque anni leggesse Omero in greco. A trenta aveva già una fama mondiale. A trentotto Roosevelt gli affido l’incarico di costruire la bomba atomica. Ed è proprio qui che i due uomini cambiarono idea.

Einstein era un pacifista convinto. Nondimeno nell’agosto del ‘39, ancor prima dello scoppio della guerra, scrisse una lettera a Roosevelt invitandolo a sviluppare gli studi sulla fissione nucleare, nel fondato timore che i nazisti stessero facendo altrettanto. In pratica, suggerì al Presidente di costruire la bomba atomica. Roosevelt non parve occuparsene, e Einstein gli scrisse ancora. Poi, anche a seguito dell’attacco a Pearl Harbor, Roosevelt si decise. La direzione militare fu affidata a un roccioso generale, Leslie Groves. Quella scientifica, appunto a Oppenheimer. Le conseguenze furono le esplosioni di Alamogordo, Hiroshima e Nagasaki.

Successivamente, i due scienziati si pentirono, e non furono i soli. Leo Szilard e altri tentarono anche di scongiurare il lancio sul Giappone. Fermi, al contrario, lo suggerì. Edward Teller andò oltre: costruì la bomba all’idrogeno e patrocinò negli anni 80 il sistema di star wars che piacque a Ronald Reagan e che - assieme ad altre circostanze- determinò il collasso dell’URSS. Il lettore può scegliere chi, tra questi geni, fosse il più intelligente, o il più realista. Ma torniamo al diritto di cambiare idea.

L’Einstein che propose la costruzione della bomba, non era un fanciullo ingenuo. Al contrario, aveva già elaborato tutte le teorie che lo avrebbero reso così celebre. Si può anche dire che, dopo gli anni 40, non produsse nulla di paragonabile a quanto aveva prodotto prima. Lo stesso per Oppenheimer, che dopo la guerra si dedicò all’insegnamento, senza rilevanti risultati nella ricerca. Naturalmente entrambi conoscevano benissimo la potenza terrificante dell’ordigno. Allora la domanda è: chi era il vero Einstein: quello che volle la bomba, o quello che poi la rinnegò? Chi era il vero Oppie: quello che la costruì o quello che, dopo, confessò di aver conosciuto il peccato? Proviamo a rispondere, o meglio a trarne alcune considerazioni.

La prima è l’importanza del caso. Perché soltanto il caso ha fatto dei due scienziati due pacifisti. Se fossero morti prima, li ricorderemmo come creatori del più spaventoso strumento di morte. Questo concetto, naturalmente, vale per centinaia di eroi della Storia. Se Churchill fosse morto nei primi anni trenta, ora sarebbe citato come uno dei tanti voltagabbana emarginati e delusi. E se Mussolini fosse stato ucciso dopo la conferenza di Monaco, forse sarebbe menzionato tra i beati costruttori di pace. Così va il destino.

La seconda è la relatività dei giudizi. Einstein e Oppie, come si è detto, erano dei geni sia quando vollero sia quando ripudiarono l’arma fatale. Il che significa che si può esser favorevoli o contrari al nucleare militare pur essendo intelligentissimi. E se così è, è assurdo imbarcarsi in infinite discussioni teoriche sui pro e sui contro. Ognuno la pensa come gli pare. Lo stesso, per fare un altro esempio, si può dire della pena di morte. Pertini e Scalfaro erano contrari da Presidenti della Repubblica: ma il primo la fece eseguire nei confronti del Duce, il secondo la chiese come magistrato nel clima postbellico. E quasi nessuno protestò contro le impiccagioni di Norimberga. Si dirà che erano circostanze eccezionali. No. Nelle questioni di principio non ci sono circostanze eccezionali: altrimenti non sono più questioni di principio.

La terza è che, davanti a queste contraddizioni, possiamo veder il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Nel primo caso, possiamo sprofondare nello scetticismo più corrosivo e sconsolato. Se tutte le idee sono ugualmente sostenibili, non solo non esiste alcuna certezza logica, ma nemmeno etica e tantomeno religiosa. Dovremmo rifugiarci nell’orticello individualistico di Antistene e di Pirrone, disprezzando il mondo o comunque evitandolo come un intruso molesto. Dubitando di tutto, anche di dubitare, non ci resterebbe che vivere alla giornata, godendo dei piaceri disponibili, come suggerisce la Bibbia, nel libro di Cohelet: non è un pensiero blasfemo, ma certo è un pensiero sgradevole.

Ma dalle stesse premesse possiamo anche trarre conclusioni opposte. Da questo conflitto di idee possiamo dedurre che non solo la nostra ragione ha delle potenzialità illimitate, ma soprattutto che il vero, forse l’unico suo grande nemico è il dogmatismo acritico e cieco. L’esempio di uomini di straordinario ingegno e di grande onestà intellettuale che hanno avuto idee opposte, e spesso le hanno cambiate, è un forte antidoto contro la tentazione di un’inerzia rassegnata, che ci renderebbe vili, e di un’ostinazione fanatica, che ci renderebbe intolleranti. E che in fondo, tra le mille contraddizioni della nostra natura imperfetta, la libertà di pensare, di sbagliare, e di correggerci è il nostro più stimolante privilegio.