di Desiré Gloria Vasta
Il Dubbio, 19 giugno 2021
"Mi escludete dalle gare eppure le accuse di mafia erano un'invenzione". Pubblichiamo ampi stralci della lettera inviata nei giorni scorsi da Desiré Vasta, imprenditrice di Riesi, in Sicilia, al prefetto di Caltanissetta, Chiara Armenia. Vasta ha deciso di rivolgersi al prefetto dopo che l'azienda di cui è titolare è stata esclusa dagli elenchi per la partecipazione alle gare (la "White list") in virtù di accuse di mafia mosse 16 anni fa contro suo padre, Filippo. Che non solo è stato assolto da tutto, ma è stato formalmente dichiarato vittima dei boss.
Egregia Sua Eccellenza Signor Prefetto, mi chiamo Desiré Gloria Vasta, ho 27 anni e sono amministratore unico di una piccola impresa. Si tratta della Divina Service srls, un'azienda alla quale è stata insensatamente negata, dalla prefettura di Caltanissetta, l'iscrizione alla "White list". Ciò che risulta veramente avvilente e mortificante è il dato argomentativo su cui si fonda il Vostro diniego, sintetizzabile in due assunti evidentemente privi di logica: a) mi si ritiene troppo giovane per svolgere attività imprenditoriale; b) sono figlia di mio padre!
Si, sono figlia di mio Padre, Filippo Vasta, cioè sono figlia di un uomo innocente, vessato e devastato dall'estorsione mafiosa prima e poi definitivamente annientato dalla "ingiustizia" italiana! Ebbene, io sono fiera di mio padre, un uomo riconosciuto "vittima di mafia" con sentenza passata in giudicato.
Vede, Eccellenza, io avevo soltanto 12 anni quando, in una notte del novembre 2005, degli uomini in divisa mi privarono di mio padre per circa quattro anni. Di quella notte ricordo tutto: la casa sottosopra a causa della perquisizione, lo smarrimento e la tensione provata nel vedere degli agenti che si muovevano all'interno e all'esterno con una determinazione e una padronanza che ci ha fatti sentire dei perfetti estranei nella nostra stessa abitazione. Insomma, un arresto degno di un capomafia! Peccato che il destinatario del provvedimento dell'autorità giudiziaria fosse un uomo innocente, che a quei tempi subiva danneggiamenti di ogni genere ad opera della criminalità organizzata, dai furti agli incendi, e che puntualmente denunciava tutto alle autorità competenti.
In quella terribile notte furono molte le cose che mi segnarono indelebilmente. Ricordo i lampeggianti che illuminavano le nostre stanze e le parole che mio padre mi disse, abbracciandomi, prima di essere portato via: "Non vergognarti mai di me, cammina a testa alta e stai vicina alla mamma, tutto si risolverà in pochi giorni". Quei giorni, in realtà, durarono anni. Ma soprattutto ricordo la mia corsa per raggiungerlo quando stava salendo sull'auto che lo avrebbe portato via: a un certo punto mio fratello afferrandomi tra le sue braccia, mi tappa gli occhi: un gesto che tutt'oggi rimane a me incompreso ma carico di amore fraterno.
All'epoca mio fratello aveva 19 anni, studiava Ingegneria idraulica ed eravamo tutti fieri e fiduciosi del fatto che presto avremmo avuto in famiglia un ingegnere specializzato in quel settore che è sempre stato la passione di mio padre. Ma quella notte tutto cambiò anche per mio fratello: dovette immediatamente abbandonare gli studi per prendere il posto di mio padre in azienda. Non durò molto, e le cose continuarono ad andare di male in peggio: appena un paio di mesi dopo l'arresto, l'azienda venne sequestrata!
Si, uno dei tanti casi di quell'ormai tristemente famoso "sequestro preventivo". E ovviamente, come in un copione già scritto, il "caro" amministratore giudiziario trasformò un'azienda in splendida salute in un cumulo di macerie! Capimmo subito che tutto sarebbe andato in rovina, dopo i primi due mesi il nominato amministratore giudiziario smise di pagare gli stipendi, il tutto senza alcuna autorizzazione del Tribunale! Ci trovammo quindi senza mezzi di sussistenza e fummo costretti a trasferirci a casa dei miei nonni materni (super nonni!) che in quel periodo ci sostennero economicamente e moralmente. Furono anni duri, che segnarono inevitabilmente le nostre vite: la mia e quella della mia famiglia. Un percorso di dolore e disperazione che non scorderemo mai.
Un pomeriggio di febbraio, mentre stavamo pranzando, sentimmo squillare il telefono: dall'altra parte del filo mio padre tra le lacrime, con la voce rotta dall'emozione, annunciava la sua libertà. Finalmente era un uomo libero, era stata accertata e dichiarata la sua indubitabile innocenza. Il 29 marzo 2010 la Corte d'Appello di Caltanissetta assolve il Vasta Filippo da tutti i reati con revoca immediata del sequestro dei beni. Io avevo 16 anni, da poco ero diventata madre di una bellissima bambina che abbiamo deciso di chiamare Gloria Divina. Sembrava un meraviglioso segnale di rinascita e di speranza e, sull'onda dell'entusiasmo e felici di aver riposto la dovuta fiducia nelle istituzioni, nel luglio del 2010 mio fratello decide di costituire una nuova società: la Divina Acquedotti srl.
Ci siamo messi subito all'opera con l'obiettivo di recuperare il tempo perduto, senza lesinare energie e sacrifici: eravamo felici, la nostra vita sembrava poter riprendere il proprio corso. Nella realtà continuavamo a fare i conti con gli effetti devastanti della sciagurata gestione dell'amministratore giudiziario. Quest'ultimo aveva addirittura smesso di pagare il mutuo di casa nostra (che era stata precedentemente data in garanzia per un prestito aziendale), così dopo la revoca di sequestro dell'impresa, venute meno le tutele previste dalla legge, la banca la mise all'asta. Non è dato comprendere, e credo rimarrà un mistero, il modo in cui l'amministratore giudiziario possa aver gestito le sostanze di mio padre e della mia famiglia. Decidiamo comunque di farci coraggio e tornando ad indebitarci, riusciamo a venire a capo anche di quest'altro problema.
Tornando alla storia dell'azienda, il lavoro sembrava andare per il meglio tanto da far registrare una costante crescita, che permetteva addirittura di assicurare stabilità a ben quindici dipendenti. Fu anche studiato un programma aziendale che si poneva l'obiettivo di partecipare a qualche bando di gara: i requisiti c'erano tutti, mancava soltanto l'iscrizione alla "White list", la cui disciplina era entrata in vigore da poco.
Ma, ahimè, viene subito immotivatamente negata. Infatti, la prefettura di Caltanissetta disponeva un'interdittiva a mio fratello, quindi alla società di cui era a capo, per il semplice fatto che mio padre era il direttore tecnico dell'impresa! Faccio tutt'ora fatica a comprendere il criterio utilizzato dalla Prefettura, dato che non riesco a spiegarmi come sia possibile che un Tribunale assolve mio padre con formula piena mentre la prefettura lo considera un criminale. Appare evidente, e assolutamente illogico, il contrasto tra la decisione giudiziale e quella della stessa Prefettura.
A questo punto mio fratello, sentendosi perseguitato da un sistema vessatorio che lo ha segnato nella mente e nel fisico, decide di mollare: si dimette da amministratore (...). Lì capisco che io non posso arrendermi. Costituisco una nuova società: la Divina Service srls, e inizio a portarla avanti con coraggio, determinazione e ottimi risultati. Provo a richiedere l'iscrizione alla "White list", certa che uno Stato democratico come l'Italia, fondato sul lavoro, avrebbe premiato la volontà e la tenacia imprenditoriale di una ragazza con voglia di fare. Pare finanche superfluo specificare che avevo e ho bisogno di lavorare con gli enti pubblici (...).
Nelle more della decisione della Prefettura, mio padre riceve addirittura la notifica di sentenza del Tribunale di Caltanissetta che lo dichiara vittima di estorsioni mafiose. Proprio così, la giustizia ha fatto il proprio corso: mio padre, inizialmente considerato presunto mafioso, viene alla fine riconosciuto vittima del sodalizio criminale. Ma ciò non sembra interessare alla Prefettura, e infatti anche per me e per la mia azienda arriva puntuale, e inesorabile, il diniego dell'iscrizione alla "White list". Provo a resistere e faccio subito ricorso ma (...) la Prefettura si limita a rispondermi con un altro rigetto (...).
Ecco Eccellentissimo Prefetto, quest'ulteriore cataclisma abbattutosi sulle mie speranze, sul mio impegno e sui miei sacrifici, oltre a non trovare alcuna spiegazione giuridica, rischia di annientare definitivamente il mio futuro, quello dei miei 3 bambini e delle famiglie dei lavoratori dell'impresa. Come detto, nel Vostro provvedimento di diniego non mi vengono imputate particolari colpe se non quella di essere la figlia di un uomo che è risultato vittima di un mastodontico errore giudiziario e che è stato poi addirittura riconosciuto, con sentenza passata in giudicato, "vittima di estorsioni mafiose".
Ed ecco il paradosso: la Prefettura di Caltanissetta non sente ragioni, e non tiene conto delle sentenze, negando a me l'iscrizione alla "White list" per colpe che mio padre non ha (...).
Oggi ho deciso di affidare a queste pagine la mia disperazione, cercando di tratteggiare i contorni del senso di vuoto e del dolore che provo nel veder morire il futuro della mia impresa. Il Vostro immotivato rifiuto potrà avere per voi il risibile rilievo di un mero e freddo adempimento burocratico, ma nel mondo reale assume un peso specifico che soffoca la speranza e distrugge le legittime aspettative di un'impresa e dei suoi dipendenti che vogliono solo lavorare.
Nulla potrà restituirmi gli anni della mia vita senza mio padre, però, perlomeno, chiedo a Lei di aiutarmi a poter sperare di non dover vivere ancora incastrata in questo incubo terribile in cui il mostro cattivo sembra, per assurdo, essere lo Stato: che da un lato ti assolve riconoscendo la correttezza del tuo passato e dall'altro condanna i tuoi figli a un futuro senza possibilità di salvezza. In attesa di riscontro, le invio i migliori distinti saluti.











