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di Roberta Polese

Corriere del Veneto, 2 aprile 2025

Caterina Bozzoli è uno dei legali che ruotano attorno al mondo dei migranti, quello che ha ottenuto il “permesso” per Happy Ijebor, nigeriano di 28 anni, spazzino volontario “adottato” da un quartiere padovano. Spesso le cose non vanno come devono andare, tranne ogni tanto, quando tutto va per il verso giusto. Questo è il momento che dà senso alla fatica, alla frustrazione dei tanti “no”. È questo lo spirito con cui Caterina Bozzoli racconta la storia di Happy Ijebor, giovane nigeriano di 28 anni “adottato” dagli abitanti di un quartiere del centro di Padova, che sta tentando di avere un permesso di soggiorno dal 2016, e che dopo una lunga serie di no, ha avuto un sì: la sospensione del decreto di espulsione. Pur trovandosi nella schiera dei tanti “invisibili” senza documenti, Happy ha deciso di non chiedere l’elemosina ma di prendere una scopa e pulire le strade gratuitamente.

Avvocata Bozzoli, lei e la sua collega Aleksandra Stukova avete seguito il caso di Happy , un percorso costellato di “no”…

“Happy È arrivato nel 2016 e in 9 anni ha avuto quattro richieste rigettate, dieci giorni fa il giudice si è reso conto che l’ultima volta la commissione non aveva rispettato i tempi per la decisione, pertanto ha concesso la sospensione del rigetto e ha fissato l’udienza al 2030, un tempo abbastanza lungo per aprire a Happy delle opportunità”.

Non dev’essere facile lavorare in un settore come quello dell’immigrazione, come sono le sue giornate?

“Di solito la mattina sono o in prefettura o in questura, a volte ho udienze a Venezia, sono mattinate fatte di lunghe attese, poi nel pomeriggio abbiamo gli incontri fissati in studio, le emergenze da gestire, in questo settore le norme cambiano sempre e rapidamente, quindi c’è anche un tempo dedicato all’aggiornamento. Spesso lavoro anche il sabato e la domenica, per fortuna non sono sola: in ufficio ci sono persone che lavorano con me, può capitare che io mi debba spostare per lavoro, una volta sono andata a prendere una persona straniera a Napoli”.

Oltre a Happy si è affezionata a qualche altra storia?

“Ricordo quella di un ragazzo del Bangladesh che aveva ottenuto i documenti e finalmente aveva trovato un lavoro. Mi ha raccontato che ogni mattina si sveglia alle 4 perché lavora come fornaio, poi durante il weekend va a lavorare al Casinò di Venezia, gli ho detto: “Sarai sfinito, dovresti trovare il tempo per riposare”, lui mi ha risposto: “Avvocata io sto vivendo il mio sogno: il mio sogno era fare il pane”.

Sentirà anche molte storie di sfruttamento e violenze, soprattutto da chi arriva dalla Libia…

“Si, chi arriva da lì porta segni dolorosi sul corpo e nell’anima, ma non è l’unica rotta in cui si verificano episodi di violenza, anche chi arriva dai cantieri di Dubai è sfruttato”.

Alla sofferenza si aggiunge la burocrazia italiana che non aiuta…

“È vero, il decreto Cutro ha complicato ancor più le cose”.

Per voi avvocati che lavorate con i gratuiti patrocini i pagamenti sono sempre lunghi ad arrivare, e si tratta spesso di fatture esigue…

“Le liquidazioni arrivano dopo moltissimo tempo, e anche quando le persone che assistiamo non hanno diritto al gratuito patrocinio perché superano la soglia di reddito dei 12 mila euro l’anno, è difficile pretendere del denaro: per arrivare in Italia c’è chi ha contratto debiti fino a 19 mila euro, questa è la cifra che un cittadino indiano ha dovuto versare a chi lo ha portato qui, i pochi soldi che queste persone hanno li versano alle famiglie che sono rimaste in patria”.

Altre specializzazioni nel suo settore permettono di guadagnare di più, lei perché ha scelto proprio questa?

“Quando ancora ero praticante ho frequentato un corso di diritto dell’immigrazione, poi ho conosciuto un ragazzo che lavorava in una associazione che aiutava migranti e mi ha mandato il mio primo cliente, feci un ricorso al giudice di pace e vinsi. Ne arrivarono altri, ero ancora praticante…sono rimasta a fare quello che sapevo fare”.

Ha passato anche qualche guaio per questo lavoro…

“Sono finita in un’inchiesta su un presunto traffico di permessi di soggiorno, dicevano che portavo le tangenti in questura, è durata poco per fortuna, sono stata scagionata completamente, io sapevo di non aver mai fatto nulla di male, ho sempre avuto fiducia nella giustizia, altrimenti non avrei continuato a fare questo lavoro”.