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di Pier Luigi Vercesi

Corriere della Sera, 6 ottobre 2025

La religiosa comboniana si è raccontata alla rassegna Poeti sociali a Verona. Nata nell’Eritrea in guerra, ha vissuto per 14 anni tra Israele, Cisgiordania e Gaza. “Sono nata in guerra, ho seguito la mia vocazione in guerra, ho pregato tanto per la pace. Poi, vivendo per 14 anni tra Israele, Cisgiordania e Striscia di Gaza, ho smesso di pregare per la pace. Perché ho capito che quella è una guerra diversa da tutte le altre sperimentate sulla mia pelle. Scaturisce dall’assurdo desiderio di due popoli fratelli di eliminarsi a vicenda: io devo vivere e tu no. Così ho cominciato a pregare per la coesistenza. Un rabbino con cui lavoravamo mi ha detto: “Sister, non arriveremo a nulla fino a quando non riscriveremo i nostri libri di scuola, noi ebrei e loro musulmani, perché nella gran parte di quei testi instilliamo la paura dell’altro, da cui sgorga l’odio che ci uccide”. 

Fiducia - Suor Azezet Kidane, missionaria comboniana nata nell’Eritrea in guerra e che prima di seguire la sua vocazione aveva accarezzato l’idea di farsi guerrigliera, sparge attorno a sé “gocce di speranza” nonostante ogni giorno, da quando è giunta in Italia, riceva messaggi disperati da quella che era diventata la sua patria di adozione. “C’erano tanti segnali di distensione. Con i medici, i rabbini per i diritti umani e le tante organizzazioni umanitarie avevamo creato una rete di fiducia tra ebrei e palestinesi. Il sabato andavamo in Cisgiordania a curare i malati e il giovedì a Gaza. Nel nostro piccolo eravamo riusciti a far abbassare le difese. Israeliani e palestinesi si ritenevano cugini. Davvero ci si fidava. Per questo continuo a credere che la pace sia possibile, che tutto questo sangue innocente non andrà perduto”. Ora quei medici e quei rabbini per la pace vorrebbero ancora occuparsi dei palestinesi ammalati, “ma la paura si è annidata tra di loro, la fiducia nell’altro si è incrinata”. 

I palestinesi muoiono fisicamente ogni giorno, si distruggono le loro case. “Succedeva anche quando se ne parlava meno, un israeliano poteva arrivare un giorno e dire: adesso questa non è più la tua terra. Ma ascolta ciò che ti dico: stanno soffrendo anche gli israeliani. All’opinione pubblica non piace sentir dire questo. Eppure io vedo morti da entrambe le parti. Psicologicamente il popolo israeliano è morto. Ogni giorno amici ebrei mi scrivono. “Ma che cosa stiamo facendo?”. Una mia amica mi dice: “Il solo rimanere in Israele mi fa complice. Non so cosa fare. All’inizio i nostri figli volevano reagire, proteggere Israele. Adesso non vogliono più combattere. Preferiscono essere messi in prigione”. Suor Azezet ospite alla rassegna “Poeti sociali” della diocesi di Verona) ha raccontato di aver perso buona parte della sua famiglia nella guerra per l’indipendenza dell’Eritrea nella quale anche lei inizialmente credeva

“Poi, alla fine, abbiamo ottenuto la nostra indipendenza, ma non la libertà che avevamo sognato. Vai a vedere questi signori della guerra e scoprirai che i loro figli non sono al fronte, studiano nelle università americane o europee, le loro famiglie stanno al sicuro, loro stessi non si espongono. Quasi sempre non fanno la guerra per guadagnarsi la pace; lottano per il loro potere”.

Ha vissuto anche a Juba, sorella Azezet, dove si combatteva un’altra guerra d’indipendenza: “Anche lì tanta sofferenza. Ho conosciuto una donna analfabeta mai uscita dal suo villaggio. Un giorno mi ha detto: “Voglio scrivere una lettera a tutto il mondo”. E mi detta una poesia meravigliosa: basta guerra, basta fuggire, basta prendere i figli che partoriamo per ammazzarli. Vogliamo solo vivere in pace”. Forse la soluzione potrebbe essere quella di far governare il mondo dalle madri. “In Israele, con alcune donne ebree, portavamo i figli dei beduini al mare, che distava meno di un’ora di strada ma che i loro genitori non avevano mai visto. Era tale la loro emozione che decidemmo di portarci anche le madri. Ogni volta ne caricavamo sei o sette da ogni villaggio, anche in barca. Le ho viste piangere per la gioia e guardare con altri occhi gli israeliani che avevano mostrato loro un orizzonte nuovo. Basterebbe così poco per dare speranza…”.