di Valerio Spigarelli
Il Dubbio, 2 maggio 2026
La vittoria referendaria, assieme alla rinnovata saldatura con il circuito mediatico giudiziario, permetterà alle toghe di passare a riscuotere il credito. E bisognerà vedere a chi faranno la sponda tra dem e Cinque Stelle. Uno degli effetti del referendum è quello di aver rimescolato le carte della politica giudiziaria, sia rispetto ai temi che ai protagonisti del dibattito. A sinistra, meglio ancora nel campo largo, che poi tanto di sinistra non è vista la presenza dei Cinque Stelle, la parola d’ordine vincente, di fronte alla fallimentare stagione del governo di centrodestra, è che occorre passare alla risoluzione dei “veri” problemi della Giustizia.
Questo tema viene rilanciato, da ultimo, da Andrea Orlando e Deborah Serracchiani con un articolo a doppia firma sul Sole 24 Ore che manda messaggi ai potenziali interlocutori, non solo per lo scorcio di legislatura che rimane, ma soprattutto in vista della nuova stagione che dovrebbe inaugurarsi dopo le politiche. Prima ancora di analizzare la ricetta che si propone è bene approfondire una serie di circostanze, non propriamente di contorno, che pur senza essere indicate espressamente la condizionano.
La prima riguarda il rapporto PD Cinque Stelle. Le proposte dei grillini per la Giustizia, qualsiasi sia stato l’alleato di turno, sono sempre state ispirate ad un panpenalismo securitario abbastanza rozzo e manettaro, inutile girarci intorno, e la prescrizione modello Bonafede sta lì a testimoniarlo. Una impostazione che da tempo attrae anche l’area movimentista del PD e trova la sua espressione mediatica nel Fatto Quotidiano e nelle trasmissioni di informazione della 7; entrambi alleati di peso nella campagna referendaria ma anche piuttosto ingombranti per il maggior partito della sinistra.
Da quelle parti, ad un certo punto della campagna referendaria, è caduto il velo è si è detto esplicitamente che il modello accusatorio figlio della riforma del secolo scorso è da abbandonare definitivamente. “Il codice di Vassalli è una boiata” proclamò Travaglio sul suo giornale, con la consueta sicumera, mettendo nero su bianco quello che i suoi ispiratori della magistratura, da Tinti a Davigo per finire con Gratteri, sostengono da sempre. In questo scenario il PD deve cercare di trovare una formula che non allontani definitivamente la sua area riformista. Il riferimento è tanto a quella parte, realmente garantista, che ha avuto il coraggio di esporsi durante il referendum, quanto a quella che, pur non essendo affatto convinta della bontà delle parole d’ordine del NO e mal sopportando l’egemonia - che absit iniuria verbis potremmo definire culturale - di Travaglio, ha preferito non manifestarsi, ma comunque esiste.
Quella fetta di amministratori locali del partito, per intenderci, che non ha versato una lacrima per l’abrogazione dell’abuso d’ufficio e che, soprattutto al sud, sa bene che cosa possono significare gli eccessi della legislazione antimafia e del protagonismo di alcune procure. Rispetto a questi settori il partito della Schlein deve impegnarsi a mostrare di non avere definitivamente appaltato la questione Giustizia all’ANM. Missione apparentemente impossibile se si guarda alla stagione referendaria nel corso della quale tutte le fake news del sindacato della magistratura, come le bufale su Vassalli o l’equazione separazione delle carriere = resa alla criminalità organizzata, sono automaticamente diventate slogan elettorali del partito della Schlein. Senza filtri e certe volte senza pudore.
Peraltro il PD non ha solo un problema in casa, ne ha uno anche più significativo con la magistratura stessa. L’ANM, e non solo la sua componente di sinistra, al suo interno registra il diffuso gradimento per un rapporto diretto, e senza intermediari politici, con l’elettorato. Parlano pudicamente di non interrompere il dialogo con la “società civile”, ma quello che li tenta è far valere il peso elettorale ed il consenso popolare che si sono conquistati uscendo fuori dal girone dannato dove li aveva destinati la faccenda Palamara. Come diceva proprio Vassalli, sono da sempre i veri azionisti di maggioranza del comparto Giustizia, qualsiasi sia la compagine politica al potere, e questo riflesso proprietario è oggi legittimato dalla investitura popolare. La vittoria referendaria, assieme alla rinnovata saldatura con il circuito mediatico giudiziario, permetterà all’ANM di passare a riscuotere il credito che la sconfitta politica del centrodestra ha maturato a sinistra.
Come tutti i commentatori hanno sottolineato, infatti, la vittoria del NO è stata motivata solo in parte dai temi referendari ma ancor di più ha pesato il contesto politico nazionale ed internazionale. Il fatto certo è che è stato il volano della crisi politica di governo che si è poi verificata. Per questo l’ANM post referendaria è, in prospettiva, un compagno di strada assai scomodo a sinistra, perché quel credito, tutto politico, lo vorrà riscuotere. Sarà il partito ombra del campo largo sulla Giustizia, e bisognerà vedere a chi farà la sponda tra PD e Cinque Stelle.
Tutto ciò rafforza l’esigenza del PD di individuare sulla scacchiera della Giustizia interlocutori che siano in grado controbilanciare il peso eccessivo della magistratura. Ecco quindi che si rivolge all’avvocatura per bocca di un ex ministro e della attuale responsabile Giustizia, in primo luogo distinguendo i buoni dai cattivi, i consultabili dagli irrecuperabili. Da un lato si bacchetta quell’avvocatura, che aveva aperto la campagna elettorale come se “fossero in gioco le prospettive del processo accusatorio ma poi ha virato su di una crociata contro la magistratura” mentre ciò che è rimasto sul campo sarebbero “i tempi e i costi insostenibili per il comune cittadino dei processi penali e civili”.
Il riferimento all’Unione delle Camere Penali è del tutto evidente. Da un altro lato si disegnano i contorni di una avvocatura buona che non si è fatta ammaliare dalle sirene del centrodestra barattando l’agognata separazione con un disegno neppure troppo velato di sottomissione del potere giudiziario a quello politico. In ogni caso si descrive una avvocatura debole nel suo complesso, avvolta in un processo di marginalizzazione sociale ed economica, non poi così diverso da quella più generale del ceto medio, alla quale si offre una giurisdizione “più equilibrata…il funzionamento dei tribunali penali e civili e dei consigli giudiziari, l’implementazione dell’ordinamento forense a partire dai temi del welfare e della formazione soprattutto dei più giovani”.
Che dire? Sembra una vaghissima lista della spesa con venature di impronta sindacale, tagliata sulle neo associazioni collaterali nate sulle ceneri del referendum che ricordano i sindacati “cinghia di trasmissione” degli anni Sessanta. A questo elenco un po’ fumoso, ca va sans dire, si aggiunge la necessità di un carcere più civile, la sempiterna depenalizzazione, anch’essa mai troppo definita, e dulcis in fundo l’ampliamento delle misure alternative alla detenzione auspicatissime quando si è all’opposizione un po’ meno frequentate quando ci si installa a via Arenula. E al riguardo nessuno meglio di Orlando può ricordare che fine fece il lavoro sulla esecuzione penale partorito dagli stati generali un paio di lustri fa, accantonato in vista delle elezioni da un Renzi timoroso di perdere voti securitari non solo a destra ma anche a favore dei Cinque Stelle.
In questo programma scritto con l’inchiostro politichese della prima Repubblica non manca uno scappellotto, non troppo affettuoso, ai pasdaran della discesa in campo di ANM. A costoro si rammenta che “la vittoria del referendum rischia di lasciarsi dietro le scorie di una reazione corporativa di parti consistenti della magistratura” che “sbaglierebbe se vedesse nel risultato referendario una automatica rilegittimazione del suo ruolo perché è altrettanto evidente il clima di sfiducia crescente nei suoi confronti”. Parole nette, che cadono nel clima apparentemente idilliaco tra le parti finendo per illuminare gli scenari dietro le quinte, e se non possono rassicurare sulle reali intenzioni di affrontare, una volta per tutte, la vera questione che riguarda lo squilibrio tra i poteri, ma che comunque dimostrano che il tema del primato della politica anche sulla Giustizia è nell’agenda del PD. Del resto era stato proprio Andrea Orlando, molti anni fa, a dichiarare al Corriere della Sera che “ai magistrati è piaciuto incarnare la funzione di cambiare la società, che invece spetta alla politica”.
Niente di nuovo sotto il sole, dunque, e sarà bene che l’altra avvocatura, quella che rischia di vedere liquidato definitivamente il codice dell’89, si svegli dal torpore che la sberla referendaria ha prodotto e spieghi alla politica vecchia e nuova che quell’avvocatura non è morta e che un programma sulla Giustizia con questi contenuti non può andare. Spieghi, soprattutto, che le “tensioni accumulate nel quotidiano dagli avvocati” nel penale non sono causate dai i malumori di un ceto impoverito ma dalla constatazione che il Giusto Processo qui da noi non c’è. E non c’è, in primo luogo, proprio per quel deficit di terzietà del giudice che comunque rimane sul tappeto. Che rammenti, ancora, e proprio agli esponenti del PD che nel corso della campagna referendaria avevano proclamato che il tema era reale ma lo strumento, cioè la riforma costituzionale, sbagliato, che l’attuale formulazione dell’ultimo comma dell’art. 107 permette di intervenire sullo statuto del pm anche a Costituzione invariata. Che faccia comprendere, a coloro che vogliono risolvere i “reali problemi della Giustizia”, che questi ultimi non sono causati dall’eccesso di garanzie ma dal cattivo uso dei poteri amministrativi da parte dell’apparato giudiziario e dalla stratificazione di interventi legislativi che hanno spostato l’asse del processo sulla fase delle indagini preliminari, dove il dominus è il pm, svuotando di contenuto quella del dibattimento dove la regola è la parità delle parti. Problemi che solo una restaurazione organica del modello accusatorio può risolvere. Che chiarisca, last but non least, che andarsi a scegliere gli interlocutori nell’avvocatura non porta da nessuna parte.











