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di Alberto Cisterna

Il Riformista, 22 settembre 2022

Questo è il vero problema. Non si deve solo depenalizzare, mitigare le pene, aumentare le misure alternative... si deve affrontare il punto cruciale: la misurazione delle pene prescinde dalla reale percezione di quale sia la condizione dei detenuti.

Sessanta suicidi dall’inizio dell’anno. 60 morti tra le mura di un carcere. In gran parte giovani vite che non sopportano la carcerazione, la convivenza forzata, le promiscuità, il caldo, le prospettive della cella con i letti a castello. Il buio che avvolge improvvisamente e repentinamente spegne la vita.

Non si tratta di individuare colpe e responsabilità. O meglio non si deve fare solo questo. La polemica è scontata, l’indignazione inevitabile, ma poi la clessidra della morte torna a scorrere e ingoia, come granelli di sabbia, esistenza dopo esistenza. Urgerebbe una riflessione più ampia, una meditazione meno condizionata da posizioni preconcette o polemiche faziose. È innegabile che una parte, tutt’altro che marginale, della società è completamente indifferente a questo dramma. “Qualche delinquente in meno” è l’impronunciabile che tanti recitano a mente o sibilano complici, facendo finta di provare compassione. In fondo il carcere è stato concepito per secoli come una sorta di pattumiera della società, il luogo degli scarti e la sentina degli avanzi (non a caso di galera).

È quasi scontato non ci sia vera pietà o vera compassione per chi è in cella e quindi anche per chi in cella decide di togliersi della vita. In fondo, si sussurra velenosamente, se la sono cercata. Così guadagna spazio e cerca legittimazione una sorta di terrificante doppio binario sanzionatorio: il carcere per tutti e poi la morte per i fragili, per quelli che sopprimono la propria esistenza perché non sopportano le mura e i lori miasmi. Da dove partire, quindi. Da dove prendere le mosse per riannodare le fila di un discorso sulla detenzione che si sfrangia in mille rivoli e perde di vista la sostanza della questione. Non si deve solo depenalizzare, mitigare le pene, contenere il carcere come luogo privilegiato della punizione, sostituirlo con misure alternative, trasformare la detenzione domiciliare (soprattutto per la carcerazione preventiva) come lo strumento privilegiato della costrizione personale, certo con tutte le precauzioni del caso (in primo luogo i cosiddetti braccialetti elettronici).

Cose necessarie, reclamate da decenni, sempre al centro del dibattito e sempre affossate dalle folate giustizialiste che attraverso il paese cavalcando le vesti di questa o quella forza di politica a caccia di facile consenso.

Il punto cruciale sta nel fatto che la misurazione delle pene, per come concepita nel codice penale fascista tuttora in vigore e alimentata dalle cicliche emergenze del paese - il terrorismo interno, la mafia, il terrorismo internazionale, gli omicidi stradali, lo stalking e via seguitando - prescinde dalla reale percezione di quale sia la condizione dei detenuti nelle carceri del paese.

Si guarda sempre e soltanto alla pena dall’alto, la si contempla nella sua astratta capacità dissuasiva, inibitoria, preventiva e la politica, impreparata e ignara, pensa semplicisticamente che più alta sarà la sanzione comminata più speranze vi sono che ci si astenga dal delinquere. Quasi che l’ubriaco alla guida, il picchiatore delle risse, il compagno ossessivo - prima di commettere delitti efferati - vadano a compulsare il codice penale per verificare quale pena gli tocchi. Una società polverizzata dalle pulsioni mediatiche, sorvegliata dai social che ciascuno adopera e in cui ciascuno si disvela all’altro, disarticolata dall’affievolimento delle relazioni interpersonali, isolata dall’indifferenza consumistica non risponde più agli strumenti della dissuasione punitiva o al diritto penale totale (come lo definiva il compianto Filippo Sgubbi) inteso come panacea per ogni devianza. Per cui la cella, le promiscuità, la società carceraria sono vissute, dai più, come un dramma gigantesco, inaspettato, inatteso, impreparato. Per secoli le mura hanno recluso i delinquenti e li hanno così tenuti separati da una società civile che poi era non così diversa nelle sue condizioni di vita materiale tra un “dentro” e un “fuori”. Tra la vita carceraria e le condizioni della stragrande maggioranza delle classi di popolazione da cui provenivano i reclusi non vi era l’abisso di questi tempi. È vero che anche oggi tanti sono extracomunitari, molti sono soggetti dediti allo spaccio di droga e ai microreati, ma obiettivamente pochi di costoro hanno condizioni di vita che possono anche solo avvicinarsi alla detenzione in carcere di questi tempi. La modernità, il complessivo miglioramento delle condizioni di vita hanno interrotto la linea di continuità che rendeva almeno tollerabile la reclusione carceraria. Finita l’osmosi, le carceri sono diventate il luogo della totale separazione, dell’irreversibile interruzione tra il “dentro” e il “fuori” e così le vite implodono e si spezzano spesso nelle coscienze, altre volte con la violenza dell’autodistruzione.