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di Luigi Manconi


La Stampa, 2 gennaio 2021

 

Prima scena. Roma, 20 agosto 2015. Lo sguardo della signora Mina Welby, mentre passa davanti alla chiesa di San Giovanni Bosco, nel quartiere Tuscolano-Cinecittà, viene attratto da due giganteschi manifesti attaccati alle colonne della cancellata d'ingresso. C'è scritto: "Hai conquistato Roma, ora conquisterai il paradiso".

È in corso il funerale religioso di Vittorio Casamonica, patriarca di una famiglia abruzzese di origine rom responsabile di ingenti affari criminali nel territorio romano. Mina Welby non può non ricordare un altro funerale religioso che, in quella chiesa, doveva essere celebrato e mai fu celebrato. Ora, che di questi fatti funebri si parli a Natale e nei giorni intorno a Natale, può sembrare a qualcuno fuori tempo e fuori luogo: quasi un'ombra sottile di blasfemia. E, invece, le cose possono essere viste anche in senso completamente rovesciato: è proprio nei giorni che ricordano la Natività che si può meglio pensare alle "cose ultime". E meglio capirne il senso profondo.

Seconda scena. È il 24 dicembre 2006. Nella piazza di quella stessa chiesa si celebrano i funerali di Piergiorgio Welby: "un povero cristiano", per dirla con Ignazio Silone, che narrava delle lacerazioni insanabili tra messaggio evangelico e imperativi del potere ecclesiastico negli ultimi anni del XIII secolo. Mina Welby aveva chiesto a un sacerdote di quella chiesa, che visitava il marito nei mesi della più atroce sofferenza, di celebrare le esequie religiose, ma questi le comunicò che non sarebbe stato possibile.

Di conseguenza, i funerali si svolsero in piazza San Giovanni Bosco, che costituisce come il lungo e ampio sagrato di quella chiesa. Su un lato della piazza, un palco modesto con sopra la bara di Welby e, accanto, la moglie, i parenti, gli amici, Marco Pannella, Emma Bonino e Marco Cappato, e qualche parlamentare. Faticherei a definirla laica, quella cerimonia, perché il sentimento che circolava tra quel migliaio e oltre di persone era segnato da una tonalità sacra, da un senso forte di condivisione del dolore e della speranza e dalla ricerca di qualcosa che andasse "oltre", secondo la sensibilità e la cultura di ognuno.

Tra quella folla c'era don Filippo di Giacomo, sacerdote e oggi valentissimo giornalista. All'epoca, don Filippo, dopo undici anni da missionario nella Repubblica Democratica del Congo, era giudice presso il Tribunale del Vicariato di Roma e così ricorda: "con me c'erano due sacerdoti dello stesso Vicariato e riconoscemmo almeno una decina di confratelli". E numerose suore, come quelle della Congregazione Ancelle del Santuario (fondata nel 1882), accompagnate dalla Madre superiora, succeduta in quel ruolo alla cugina di Welby, e quelle della Scuola Santa Maria Ausiliatrice. E molti parrocchiani e moltissimi, radicali e non, tra coloro che avevano seguito, per giorni e giorni, la dolente vicenda di Piergiorgio Welby. Non c'era il parroco di San Giovanni Bosco e nemmeno quel prete che aveva chiesto di poter uscire dalla chiesa con i paramenti sacri per benedire la salma, ricevendo un categorico rifiuto dal superiore. Come si vede, una delle tante manifestazioni di quello "scisma sommerso", di cui scrisse il filosofo Pietro Prini in un importante libro, pubblicato da Garzanti, e molto citato da Pannella.

Terza scena: ma perché venne negato a Piergiorgio Welby il rito religioso? In un comunicato del Vicariato di Roma si attribuì il motivo al fatto che "il dottor Welby" ("in realtà non era laureato", sorride la moglie) aveva parlato pubblicamente di diritto all'eutanasia. In effetti, quel rifiuto si dovette a una scelta pienamente politica. Esclusivamente politica. Lo conferma il teologo Silvano Sirboni, intervistato da Famiglia Cristiana (agosto 2015): "né nel rito delle esequie né nel diritto canonico" si trova motivazione per negare la cerimonia religiosa al suicida, a meno che "il darsi la morte non sia stato un segno di esplicito ateismo" o una manifestazione di "odio verso la Chiesa". Nulla del genere, nel caso di Welby.

Il no della Chiesa si spiega con il fatto che la vicenda era diventata "un caso politico" e, dunque, con "ragioni di opportunità". Formulata così, la questione risulta davvero avvilente. Innanzitutto perché viene teorizzato il rifiuto "politico" - in base a considerazioni tutte extrareligiose - della richiesta estrema di un cristiano alla sua Chiesa; e perché l'intera controversia si svolse intorno a un equivoco, certamente non involontario. Ovvero, il fatto di considerare la scelta di Welby un gesto eutanasico. Ma così non era in alcun modo.

Al contrario: il suo fu l'atto di chi sottrae al proprio corpo un presidio sanitario meccanico precedentemente applicato, perché esso, col tempo, era diventato intollerabile, provocando sofferenze non lenibili. "Dal punto di vista della volontà del paziente, in nulla differisce dalla scelta di un cardiopatico che rinuncia a una pillola antipertensiva", commenta oggi Mario Riccio, responsabile della Rianimazione e Anestesia dell'ospedale di Casalmaggiore, che all'epoca si rese disponibile ad aiutare Welby a liberarsi del ventilatore meccanico.

L'aspetto più significativo di questa vicenda è che ciò che esprimevano quei sacerdoti e quelle suore presenti in piazza a San Giovanni Bosco, era condiviso da una parte delle gerarchie ecclesiastiche e da alcune personalità del Vaticano. E, infatti, non fu certo un caso che, proprio in quei giorni, il cardinale Javier Lozano Barragàn, Presidente del Consiglio Pontificio degli operatori sanitari, interpellato sulla vicenda, mentre ribadiva la netta opposizione della Chiesa all'eutanasia, insisteva sulla liceità del rifiuto dell'accanimento terapeutico.

E, sottolineando l'importanza del parere di medici e sanitari, mai esprimeva un esplicito giudizio critico su Welby. Fatto sta che quella ferita non si rimarginò. Essa, fu l'esito di una decisione presa da quella che era la componente "più politica" della gerarchia ecclesiastica italiana, ispirata dall'attuale Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, Rino Fisichella, allora autodefinitosi "cappellano di Montecitorio", attivissimo nelle relazioni con la classe politica e assai presente nella vita pubblico-mondana.

A sostenerlo - o forse solo ad assecondarlo, a parere dei più informati - fu il Cardinale Camillo Ruini, all'epoca presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Ma meno di un anno dopo, i funerali di Giovanni Nuvoli, la cui vita si concluse esattamente nelle medesime circostanze, vennero celebrati solennemente nella chiesa di San Giuseppe, ad Alghero. E queste furono le parole del parroco: "Giovanni è stato schiodato dalla croce che ha portato per sette anni".

Sono passati quasi tre lustri e il comportamento tenuto al tempo dal Vicariato di Roma non sembra destinato a ripetersi. Molti i mutamenti intervenuti nella dottrina e nella pastorale; e, soprattutto, nel "popolo di Dio".

Nel 2017, quando venne approvata la legge sulle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento, numerosi furono i voti di parlamentari cattolici a favore di un testo che prevede la possibilità di sospensione di nutrizione e idratazione artificiali (pratica sempre osteggiata dalla Chiesa). Ribadito che l'eutanasia è tutt'altra cosa, va anche ricordato che, in Spagna, lo scorso 17 dicembre, la Camera dei deputati ha approvato una legge sull'eutanasia, senza che ciò provocasse una particolare mobilitazione della Chiesa di quel paese da sempre definito "cattolicissimo". Molte le ragioni, ma ha contato certamente una più sensibile attenzione - da parte dell'attuale Presidenza "bergogliana" di quella Conferenza episcopale - verso il "fattore umano". Quasi che il messaggio di Marco Cappato di quel 24 dicembre, rivolto al Vaticano, fosse stato - un miracolo? - ascoltato: "Che cosa vi siete persi di questa piazza, che cosa vi siete persi di questo sole, che cosa vi siete persi di questa festa, di questo Buon Natale per tutti, per e con Piergiorgio Welby".