di Giuseppe Scarpa
Il Messaggero, 1 giugno 2020
Si discute di una riforma radicale del Consiglio Superiore di magistratura. Una bozza di legge, targata M5S, in cui i nove componenti laici di Palazzo dei Marescialli non potranno provenire né dal governo né dal parlamento. La prossima settimana sarà portata al Consiglio dei ministri. Si tratta di una proposta che i grillini avevano comunque già avanzato nelle scorse settimane.
Una bozza già avversata dagli alleati di governo, Pd, LeU e Italia Viva. Per gli altri tre partiti che reggono l'esecutivo è impensabile accettare l'ipotesi messa sul tavolo del Movimento. Al massimo si potrebbe trattare sulla provenienza dei consiglieri dalle file del governo, non da quelle del parlamento.
Ad ogni modo, solo per fare un esempio, se questa norma fosse stata in vigore già in passato nessuno degli ultimi due vice presidenti - né l'attuale David Ermini, né il suo predecessore Giovanni Legnini - sarebbero potuti essere eletto. Una proposta che si pone l'obiettivo di evitare commistioni tra politica e magistratura. Commistioni venute alla luce in virtù dell'inchiesta sul pm Luca Palamara, ex consigliere al Csm ed ex presidente dell'Anm, che ha svelato il mercato delle toghe. E proprio ieri il pm intervistato a Non è l'Arena, il programma di Massimo Giletti, ha fornito la sua versione. Le chat agli atti dell'inchiesta di Perugia con pm, giudici e parlamentari hanno scoperchiato il grande gioco delle nomine in procure e tribunali. Una negoziazione che poi si traduceva in voti non sempre dettati da un criterio di merito, ma dal peso delle correnti.
L'anno scorso a Palazzo dei Marescialli c'erano state le dimissioni di sei consiglieri, con l'affossamento delle correnti Magistratura Indipendente e Unicost, travolte dallo scandalo. Un terremoto politico giudiziario che aveva successivamente colpito anche l'Anm. L'Associazione nazionale dei magistrati che aveva poi eletto presidente Luca Poniz, di Area, l'ala progressista uscita, 12 mesi fa, indenne dalla bufera. Ma adesso, la seconda tornata di intercettazioni e, soprattutto, di chat presenti sul cellulare di Palmara, ha coinvolto anche colleghi di questa corrente. Mentre Unicost ne esce ancora più in frantumi dopo le parole captate dell'ex leader, Palamara, che diceva al procuratore di Viterbo, Paolo Auriemma, quanto fosse necessario "fermare" Matteo Salvini, all'epoca ministro dell'Interno e indagato in Sicilia per sequestro di persona in relazione agli sbarchi vietati.
Ma i dialoghi agli atti dell'inchiesta di Perugia, oltre ad avere creato turbolenze dentro la giunta dell'Anm, hanno toccato anche il ministero della Giustizia: a doversi dimettere, il 15 maggio scorso, è stato il capo di gabinetto di Alfonso Bonafede, Fulvio Baldi, di Unicost, più volte intercettato in conversazioni con Palamara su toghe da sponsorizzare per essere portate anche in via Arenula. Poi, sono arrivate ai vertici dell'Anm le dimissioni di Poniz e del segretario generale, Giuliano Caputo (Unicost), successivamente ritirate. Una decisione che, la settimana scorsa, ha mandato su tutte le furie la corrente conservatrice delle toghe che ha abbandonato il Cdc dell'Associazione. Una sorta di parlamentino dell'organo rappresentativo dei magistrati. Lo ha fatto in polemica con il cambio di rotta di Area e Unicost.










