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di Alessandro De Nicola

La Repubblica, 26 settembre 2022

La nazionalizzazione del diritto va contro gli interessi italiani. “Ce lo chiede l’Europa” è stata una delle frasi più infelici coniate dalla politica negli ultimi anni. Infatti, la naturale reazione di una parte consistente dell’opinione pubblica è stata che riforme e misure di risparmio decise dai governi di Roma non fossero veramente necessari ma imposti da eurocrati in alcuni casi mossi da malanimo verso il Belpaese. L’eccezione più rilevante a questo trucchetto retorico è stato Draghi, il quale ha sempre difeso le decisioni del suo esecutivo sulla base della loro bontà, non perché imposte dallo straniero. Purtroppo una certa attitudine sovranista alle vongole non ha più i toni virulenti di qualche anno fa, ma permane ed è tuttora visibile.

Una delle proposte che può avere effetti deflagranti rispetto alla collocazione dell’Italia in Europa è riconoscere al diritto italiano la supremazia rispetto al diritto europeo. In realtà, come tante cose che si dicono prima delle elezioni, l’idea viene elaborata in termini dubitativi e confusi. Ad esempio, Giorgia Meloni ha recentemente dichiarato che “il tema nel nostro ordinamento obbiettivamente c’è, per la natura della nostra democrazia, perché gli organismi europei decisionali sono organismi di governo”, mentre in una Repubblica parlamentare “la sovranità appartiene al popolo che si manifesta nelle scelte parlamentari prima che nelle scelte di governo”. Il ragionamento è un po’ circonvoluto ma si capisce meglio alla luce del disegno di legge 291/18, presentato da Meloni e altri il 23 marzo 2018 durante quest’ultima legislatura.

Il Ddl sopprimerebbe l’art. 117 della Costituzione, secondo il quale la potestà legislativa si esercita nel rispetto della “Costituzione nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”. Abolito anche l’art. 11, famoso per il ripudio della guerra ma che consente altresì “limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” sostituendolo con paragrafo che recita “Le norme dei Trattati e degli altri atti dell’Unione Europea sono applicabili a condizione di parità e solo in quanto compatibili con i principi di sovranità, democrazia e sussidiarietà, nonché con gli altri principi della Costituzione italiana”.

Le conseguenze di fratelli d’Italia - Insomma, il senso delle iniziative di Fratelli d’Italia è chiaro, togliere al diritto dell’Unione europea il primato sul diritto nazionale. Orbene, vediamo le conseguenze di una tale presa di posizione. In primis è bene ricordare che il dibattito sui confini tra diritto nazionale e comunitario non è nuovo. Anche la nostra Corte Costituzionale ha posto un limite, ossia l’inviolabilità dei diritti fondamentali protetti dalla Costituzione italiana, con la saggia adesione all’art. 267 dei Trattati europei che prevede una consultazione preventiva tra Corte di Giustizia Europea e Corte Costituzionale nel caso di dubbi applicativi. Finora, grazie alla reciproca prudenza e al fatto che i Trattati europei sono basati su principi liberaldemocratici e garantisti, non si è registrato alcun contrasto.

Più puntuta è stata la Corte Suprema tedesca che si arroga il diritto, previa decisione della Corte di Giustizia Europea che però sembra considerare alla stregua di un parere, di valutare se gli atti comunitari non vadano al di là delle competenze stabilite nei trattati o siano stati interpretati non seguendo il principio di proporzionalità. Il Consiglio di Stato francese, poi, in un caso relativo a regolamenti in materia di privacy, ha recentemente proposto una lettura del diritto europeo secondo le norme costituzionali francesi. Insomma, si accetta che il diritto Ue regoli alcune materie, ma la sua interpretazione deve seguire i canoni costituzionali francesi per capire se le istituzioni e i tribunali comunitari stiano travalicando le loro competenze.

La nazionalizzazione del diritto europeo - Come si vede c’è una tendenza in atto nel Continente ad una “nazionalizzazione” del diritto europeo che ne mina l’uniformità e quindi la supremazia. Purtuttavia si tratta sempre di un contrasto tra l’interpretazione giudiziale nazionale secondo la Costituzione del Paese e quella dei giudici europei sull’estensione della competenza comunitaria al di là di quanto consentito dai Trattati stessi. Tendenza pericolosa, ma limitata. La proposta di legge FdI, invece, vedrebbe soccombere i Trattati europei di fronte alla “sovranità popolare”. Se democraticamente il Parlamento abolisse le norme sulla concorrenza o sugli aiuti di Stato consentendoli senza limiti, le norme europee non varrebbero più. Liberalizzazione del mercato elettrico cancellata? Nulla potrebbe fare l’Europa, magari persino rispetto all’imposizione di quote o tariffe intra comunitari per ragioni di sicurezza nazionale. L’appartenenza all’Unione europea non significherebbe più niente ma, ahimé, chi di spada ferisce di spada perisce. Sapete su cosa verteva una delle decisoni della Corte Suprema tedesca del 2020? Sull’opposizione a far sì che l’Europa finanziasse a spese della Germania il Next Generation plan, negando così, tra gli altri, i finanziamenti all’Italia. Dovremmo aver imparato che siamo parte dell’Europa e delle sue istituzioni e che già ora possiamo contribuire alle sue decisioni in modo lineare, tenendo conto delle convenienze nazionali: dire “dell’Europa me ne frego!” è contrario proprio a quegli interessi italiani che si pensa di difendere.