coordinamento editoriale di Carlo Bonini
La Repubblica, 24 aprile 2023
La mafia e la corruzione costituiscono emergenze serie e sempre attuali, in Italia. I cittadini ne sono consapevoli, come emerge dalla Terza edizione della ricerca condotta da Demos con Libera, dalla quale emerge la convinzione, altrettanto diffusa, che queste “minacce” non suscitino un'attenzione adeguata. Non perché vengano sottovalutate, ma perché, al contrario, vengono “date per scontate”. L'arresto di Matteo Messina Denaro non ha cambiato la scena. Ha, semmai, dato evidenza - e risonanza - a un fenomeno onni-presente e latente.
E che, secondo l'80% degli italiani intervistati, mantiene la stessa forza di prima. Anzi, si è esteso. Sempre nell'ombra. Spinto da ulteriori “interessi”, generati dal PNRR, che ha allargato la “massa” di risorse economiche e finanziarie distribuite negli ambienti e nei settori pubblici. Accentuando l'attenzione di chi è pronto a “intercettare denaro”. Perché i fondi del PNRR sono considerati non solo una fonte importante per lo sviluppo e la ripresa. Ma, al tempo stesso, un fattore di attrazione per gli interessi illegali. L'88% delle persone intervistate, infatti, ritiene che il PNRR sia “a rischio di corruzione e infiltrazione mafiosa”. Anche perché, come osserva Francesca Rispoli, “continua ad essere un oggetto misterioso, nella percezione dei cittadini”. E resta, quindi, nell'ombra.
La difficoltà di comprendere il significato del PNRR, una sigla difficile perfino da pronunciare, costituisce una buona ragione per affidarsi ai governi e alle istituzioni territoriali. E per guardare con qualche diffidenza alle attività che si muovono intorno a questi movimenti finanziari. D'altronde, nel presente come nel passato (prossimo e remoto) del nostro Paese, la corruzione appare legata alla politica. Il principale ambiente dove si prendono - e si gestiscono - le decisioni espresse dalle istituzioni. A livello centrale e sul territorio. In tutti i principali settori, che, agli occhi dei cittadini, sono esposti alla corruzione. Edilizia, smaltimento, rifiuti, sanità divengono, così, ambienti dove il “mafia-virus”, come lo ha definito don Luigi Ciotti, rischia di contaminare il territorio e la società. Per questo è necessario tenere alta l'attenzione e la tensione. Intorno ai centri e alle decisioni della politica e delle istituzioni. Attraverso un'informazione rigorosa e puntuale. Mentre alla maggioranza delle persone, come osservano Bordignon e Ceccarini, la comunicazione su mafia e corruzione appare discontinua o superficiale. E il 22% denuncia un approccio di tipo scandalistico nella trattazione dei temi collegati alla corruzione.
Per questo è necessario guardarci intorno. Non perché la diffidenza sia una virtù. Al contrario: rischia di deteriorare il nostro mondo e la nostra vita. E di dare ragione e ragioni alla mafia. Ma occorre evitare di osservare tutto e tutti con sospetto. Immaginando che la mafia sia ovunque. Per questo motivo un'ampia parte degli intervistati, nel sondaggio di Demos-Libera ritiene importante avviare azioni preventive. Per prevenire l'illegalità, attraverso il controllo delle istituzioni e delle autorità competenti. L'Anac e la Procura nazionale antimafia, in primo luogo. E, al tempo stesso, invoca interventi rigorosi e duri, per scoraggiare e reprimere questa minaccia. È infatti cresciuto sensibilmente il consenso verso il cosiddetto “carcere duro”: il regime di isolamento previsto dal 41 bis. Oggi ha raggiunto l'81%. Cioè, quasi l'unanimità. Mentre nel 2020 coinvolgeva il 66% e nel 2021 il 68%.
Ma è altrettanto e, forse, più importante andare “oltre”. Senza limitarsi a delegare. Rassegnandosi a “dare per scontato” che mafia e corruzione siano mali incurabili. Perché, come osserva don Ciotti, nell'intervista pubblicata in queste pagine: “È l'indifferenza a fare la differenza. In un mondo sempre più interconnesso, dire “non mi riguarda” e voltare la testa dall'altra parte, è diventare correi, complici”.
Il modo migliore per contrastarla è “coltivare” il controllo sociale “coltivando” la società e le relazioni sociali. Promuovendo associazioni e iniziative di partecipazione che sostengano il valore della legalità. Come Libera. In quanto la partecipazione e l'associazionismo sono motori di legalità, che promuovono la presenza e il controllo sociale da parte dei cittadini. Altre indagini condotte da Demos hanno rilevato il legame stretto fra il rapporto con gli altri, la conoscenza delle persone intorno a noi, l'impegno sociale, da un lato, e il sentimento di sicurezza, dall'altro. Mentre la solitudine e l'isolamento generano in-sicurezza. Condizione favorevole all'illegalità. Alla quale possiamo porre un freno non sostituendoci alle istituzioni che svolgono questo compito. Ma rifiutando di considerare l'illegalità un elemento “normale” della vita pubblica e della nostra vita quotidiana. Per andare “oltre la corruzione” non dobbiamo rassegnarci alla rassegnazione. E dobbiamo “investire nei giovani”, per riprendere ancora don Ciotti. Perché significa investire nel futuro.
Un oggetto misterioso chiamato Pnrr, di Francesca Rispoli
Il Pnrr continua ad essere un oggetto misterioso nella percezione dei cittadini. Circa sette intervistati su dieci (69%) affermano di averne “nessuna” o “scarsa conoscenza”. Per i cittadini è alta la preoccupazione che la grande mole di investimenti pubblici possa favorire infiltrazioni mafiose. Infatti, l'88% ritiene che il Pnrr sia a rischio corruzione e infiltrazione mafiosa. Nello specifico, il 51% degli intervistati si dichiara “allarmato” riguardo alla possibilità di infiltrazioni mafiose e ritiene che il rischio sia particolarmente elevato, visto l'ammontare delle risorse e le procedure emergenziali previste nell'impiego dei fondi europei. Il 37%, invece, mostra un atteggiamento “rassegnato”, dando per scontato il rischio, analogo a quello di tutti gli investimenti pubblici. Solo il 9%, circa uno su dieci, risponde con “ottimismo” dichiarando che, grazie alle particolari norme messe in atto, il rischio criminale sia inferiore rispetto al solito. Alla domanda su “quali attività economiche rischiano maggiormente di legarsi alla presenza mafiosa tra quelle che saranno sostenute dall'arrivo dei fondi europei”, il 52% dei cittadini intervistati mette al primo posto il settore dell'edilizia (52%), seguito dalla possibilità di infiltrarsi nello smaltimento dei rifiuti (51%) e dalla sanità (26%). In relazione agli strumenti di prevenzione e contrasto, una componente molto ampia di cittadini ritiene che occorra rafforzare il controllo dell'Anac (51%), assicurare massima trasparenza dei bandi (47%) e rafforzare i poteri della Procura Nazionale Antimafia (43%). Una percentuale minore (22%) crede nel coinvolgimento civico dei cittadini nel monitoraggio delle opere, azione che Libera e Gruppo Abele portano avanti da anni attraverso il progetto Common - comunità monitoranti.
Per coinvolgere i cittadini, sarebbe stata necessaria -fin dal 2020- un'opera di co-programmazione del Piano e dei suoi obiettivi e quindi di co-progettazione degli interventi specifici. Nella fase attuale, accanto ad azioni di co-progettazione, si può recuperare il coinvolgimento civico innanzitutto garantendo la massima trasparenza sui lavori da realizzare e quindi in primis attraverso la pubblicazione dei dati, in modo centralizzato, aggiornato e accessibile. Solo pochi giorni fa (19 aprile) il Ministero dell'Economia ha aggiornato, nella sezione catalogo Open data del sito Italia Domani, i dati aperti relativi a circa 50mila progetti. Il numero è molto inferiore rispetto ai 134mila progetti presenti sul sistema Regis, come segnalato dalla campagna Dati Bene Comune.
Grazie alla disponibilità di questi dati è possibile condurre un monitoraggio dal basso, complementare a quello delle istituzioni preposte, che si rende necessario anche a fronte della scarsità di risposte che provengono dagli Enti Locali. Questi ultimi, infatti, hanno risposto in modo parziale (solo il 59%), alle domande di accesso civico poste attraverso l'indagine partecipata promossa da Libera e Gruppo Abele, e risultano essere in difficoltà nel dare risposte esaustive, certe e complete sulle opere, seppur la trasparenza dei bandi PNRR sia obbligatoria per legge anche per i soggetti attuatori. In conclusione, siamo in una fase nella quale è ancora possibile promuovere un'azione congiunta tra istituzioni e società civile, per rendere più consapevoli e attivi i cittadini circa le opere del Piano, ma per farlo è necessario che si sviluppi in primo luogo una cultura del dato, in cui trasparenza e accesso siano visti non come adempimenti formali, ma come strumenti preventivi contro le mafie e la corruzione.
Si scrive mafia e si legge corruzione, di Fabio Bordignon e Luigi Ceccarini
Il nesso tra democrazia e corruzione è molto stretto. Per lo sviluppo economico e della cittadinanza. Per lo sviluppo di una comunità e della sua cultura civica. Questo vale in tutti in contesti democratici che condividono, anche nelle carte costituzionali, valori e principi orientati alla legalità e alla trasparenza.
L'azione della mafia complica il quadro e le azioni dello Stato per contenere il fenomeno sono a loro volta centrali. Così come è centrale il contributo dei media nel tenere alta l'attenzione dell'opinione pubblica. I media svolgono un'attività di monitoraggio importante. Lanciano allarmi. Trasmettono, di fatto, valori, anche attraverso le modalità utilizzate per affrontare il tema. La 3° ricerca di Demos per Libera offre uno spaccato utile a comprendere l'intreccio tra corruzione, mafia e comunicazione. Va subito sottolineato che non si riscontrano significative differenze nella valutazione dei due fenomeni - mafia e corruzione - da parte dei cittadini. Il che ne rimarca la connessione, nella percezione sociale.
Oltre la metà degli italiani ritiene che il sistema dei media parli poco dei due fenomeni. Che questa “disattenzione” rifletta (e comporti) una sottovalutazione del problema (54% per la mafia; 57% per la corruzione). Una minoranza, intorno al 12-14%, afferma invece che se ne parli anche troppo, alimentando un sentimento di pessimismo e sfiducia. Quasi un cittadino su tre afferma, per converso, che mafia e corruzione vengono “coperte” adeguatamente a livello comunicativo.
Se, a partire da questo quadro, si va ad approfondire come i mezzi di comunicazione trattino i temi in questione, emerge anzitutto una domanda di informazione più strutturata. Al 60% delle persone, infatti, la comunicazione su mafia e corruzione appare discontinua o superficiale. Il 22% denuncia un approccio di tipo scandalistico nella trattazione dei temi collegati alla corruzione (17% nel caso della mafia). Solo due cittadini su dieci condividono l'idea che l'informazione su queste problematiche sia corretta, continua o approfondita.
Si tratta di opinioni che svelano un considerevole coinvolgimento e preoccupazione. Quindi, aspettative di intervento da parte dello Stato: non solo di una maggiore attenzione giornalistica. In questo quadro si inscrivono anche le valutazioni dei rispondenti su fatti di più stretta attualità, se non di cronaca. Uno di questi è sicuramente la cattura del latitante Matteo Messina Denaro. Gli italiani, pur riconoscendo l'importanza di tale passaggio, non lo ritengono “decisivo” nella lotta alle mafie: l'80% pensa, infatti, che “la mafia in Italia è forte come prima”. Solo il 12% pensa che l'arresto del boss abbia indebolito il sistema mafioso.
È inoltre cresciuta la componente di quanti si dicono a favore del cosiddetto “carcere duro”: il regime di isolamento previsto dal 41 bis. Dal 66% del 2020 (e dal 68% del 2021), il numero dei favorevoli sale all'81%. La controversa vicenda di Alfredo Cospito e l'ampia eco mediatica che l'ha circondata sembrano avere sortito una reazione rilevante nell'opinione pubblica. Ma in senso opposto a quello auspicato dall'anarchico, che proprio in questi giorni ha sospeso, dopo sei mesi, il suo sciopero della fame contro tale regime carcerario.
Forse, i cittadini intervistati dal sondaggio Demos per Libera, nel reclamare una maggiore copertura mediatica su mafia e corruzione, intendono anche lanciare un allarme. Affinché la comunità nazionale, dal basso, sia particolarmente attenta e monitorante sui temi delle mafie e della corruzione. Visti i potenziali rischi che si muovono, da Bruxelles verso l'Italia, parallelamente alle risorse del Pnrr.
Intervista a don Ciotti: “La speranza sono i giovani”, di Ludovico Gardani
Don Ciotti, dal sondaggio congiunto di Demos e Libera emerge che il Pnrr continua a essere nella percezione comune perlopiù una sequenza di lettere, una sigla. La preoccupa questo?
È un dato preoccupante, certo. Che segnala un deficit di partecipazione e un eccesso di delega. Dai fondi previsti e dal loro mirato e onesto utilizzo dipende il rafforzamento di settori decisivi per la salute della democrazia. La pandemia ha messo impietosamente in evidenza che nel nostro Paese - ma non solo nel nostro - i diritti sociali sono diventati in troppi casi privilegi dipendenti da dinamiche di mercato: se sei ricco hai diritto a lavoro, casa, istruzione, assistenza sanitaria, altrimenti arrangiati, sono fatti tuoi. Questa logica selettiva, esclusiva, è la morte della democrazia delineata nella nostra Costituzione. A fronte delle ingiustizie sociali, ovvero ai furti di bene comune, occorre un impegno comune, e questa ridotta conoscenza del Piano che quel bene collettivo dovrebbe alimentare, è un segnale preoccupante.
Al tempo stesso però il sondaggio segnala il timore di molti - l'88% degli intervistati - che i fondi del PNRR diventino in parte preda delle organizzazioni criminali...
Mi auguro che vengano messe in atto tutte le misure e procedure per sventare questo rischio. Un primo segnale potrebbe venire dal Governo con la nomina di un Presidente della Commissione parlamentare antimafia a quasi due mesi dalla sua istituzione. Nomina tanto più urgente anche a fronte di quanto è scritto nell'ultima relazione al Parlamento della DIA, la Direzione investigativa antimafia. Rapporto che ci consegna un quadro inquietante: da un lato il consolidato primato della 'ndrangheta, la sua capacità d'infiltrazione a livello non solo nazionale ma mondiale, dall'altro la tenuta delle altre mafie, Camorra e Cosa Nostra.
Ma Cosa Nostra non è stata indebolita dall'arresto di Matteo Messina Denaro?
No perché, a dispetto della trita retorica attorno alla figura dei capi “assoluti”, la mafia siciliana da tempo si è trasformata in un'organizzazione fluida e reticolare orientata anche a sfruttare settori redditizi e a basso rischio come quello del gioco d'azzardo e delle scommesse on-line. Credo sia ormai inadeguata la parola “infiltrazione” per descrivere il modo in cui le mafie inquinano il tessuto sociale ed economico, perché si tratta piuttosto di una coesistenza con tratti di connivenza. Si è prodotta un'osmosi tra i metodi delle mafie divenute “imprese” e i meccanismi di un sistema economico che protegge i monopoli impoverendo il bene comune. Da realtà “infiltrate”, operanti sotto mentite spoglie, le mafie sono diventate parti attive dell'economia di mercato. E tutto ciò nell'indifferenza di tanti, troppi, ancorati a criteri obsoleti di lettura del fenomeno mafioso, criteri che ne alterano la percezione. Arretratezza culturale che può aprire le porte alla trasformazione del crimine organizzato in “crimine normalizzato”.
E cosa occorre fare per impedire questa trasformazione?
Rieducarci o educarci tutti, nessuno escluso, a una concezione della libertà come responsabilità. Le mafie ingrassano laddove si è prodotta una frattura tra interesse privato e bene comune, tra “io” e “noi”, cioè dove la libertà è intesa e praticata come arbitrio, rivendicazione di fare quello che si vuole anche se reca danno agli altri. È questo l'humus su cui attecchiscono corruzione, abusi, prevaricazioni. Per bonificare e dissodare questo terreno avvelenato e sterile occorre un enorme impegno educativo e culturale a cominciare dalle scuole. L'Italia investe nell'istruzione una parte del Pil molto inferiore a quello della media europea. Non è però solo una questione d'investimenti: si tratta di ripensare anche l'orizzonte del sapere e il modo in cui trasmetterlo.
In che modo, appunto?
La scuola dovrebbe stimolare la capacità di porsi domande, di abitare i dubbi, di interrogarsi sulle contraddizioni e la complessità del reale. Dovrebbe cioè suscitare nel giovane futuro cittadino lo sviluppo di una coscienza critica affinché diventi artefice di progresso, custode dell'umano nelle sue infinite declinazioni e strenuo oppositore dell'ingiusto e del disumano nelle sue molteplici facce. Il modello attuale, invece, sembra preoccupato soprattutto di fornire risposte, dare istruzioni affinché gli studenti diventino efficienti impiegati di un sistema che sta sfruttando il pianeta e portando tutti noi nel baratro. È quel “paradigma tecnocratico” denunciato otto anni fa da Papa Francesco nella lungimirante, profetica, “Laudato sì”, dove si dice che crisi sociale e ambientale sono facce di una medesima medaglia. La scuola non può essere un'appendice dello status quo, dev'essere una spina nel fianco dei poteri “costituiti” e delle istituzioni, affinché non vivano di rendita e continuino a servire il bene comune. Se la scuola non è capace di guardare più in là della società di cui fa parte smette per questo stesso motivo di essere scuola: diventa un'agenzia formativa che risponde a standard decisi altrove secondo logiche industriali.
Che ruolo gioca l'informazione in questo processo?
Decisivo, a patto di mettersi a sua volta radicalmente in discussione. Oggi il mondo dei “mass media” è profondamente condizionato da logiche di monopolio nella misura in cui da monopoli dipende. E questa rischia di essere la morte dell'informazione, che dovrebbe essere libera ricerca della verità senza riguardi per “padrini” e “protettori”. Solo un cambiamento culturale su più livelli, insomma, ci può permettere di costruire un mondo libero dalle mafie e da tutte le forme di complicità, sottovalutazione, omissione, distrazione che le rendono possibili. È l'indifferenza, come sempre, a fare la differenza. Indifferenza che ha reso la nostra Costituzione un testo tanto citato, a volte celebrato, quanto poco praticato, realizzato, vissuto. L'indifferenza è oggi una grande alleata del male. In un mondo sempre più interconnesso, dire “non mi riguarda” e voltare la testa dall'altra parte, è diventare correi, complici. La diffusione della corruzione e delle mafie non si combatte solo tenendosene lontani, ma denunciando, testimoniando, mettendosi in gioco.
In cosa si può sperare?
Nei giovani perché la gioventù è per sua natura aperta, partecipe, genuina. Se poi si chiude e si corrompe, è a causa del contatto col mondo degli adulti. Questo vale oggi come valeva ieri. Siamo noi adulti a doverci mettere in discussione quando parliamo di giovani. Noi a doverci chiedere quali riferimenti gli offriamo, quali strumenti, quali opportunità. Poi, certo, i giovani cambiano come cambiano i contesti sociali, ma i bisogni fondamentali restano gli stessi: il bisogno di essere riconosciuti, coinvolti, responsabilizzati e quindi di poter realizzare le proprie passioni e di metterle al servizio degli altri. Che poi è il bisogno - mai così urgente come in gioventù - di dare un senso alla propria vita. Ho incontrato e conosciuto, in oltre cinquant'anni d'impegno, diverse generazioni di giovani e ho riscontrato sempre questo bisogno, così come ho constatato che ogni volta che a un giovane si dà modo di esprimersi e mettersi in gioco, risponde alla grande. Per questo l'attenzione prevalentemente retorica rivolta ai giovani - questo preoccuparsi ma non occuparsi di loro - è uno dei grandi scandali della nostra epoca.










