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di Antonio Polito

Corriere della Sera, 13 luglio 2025

I giovani di oggi si sentono traditi. Ingannati. Come se fossero la prima generazione nella storia dell’umanità cui sia stato sottratto, anzi rubato, il futuro. Sempre più spesso i nostri ragazzi si ribellano astenendosi. Invece di fare qualcosa, non la fanno. Per esempio: scena muta all’orale della maturità, in segno di protesta contro “i meccanismi di valutazione scolastici” (così “competitivi” da garantire loro comunque la promozione con i crediti accumulati nel triennio, e da mantenere le percentuali di bocciature intorno a un simbolico 0,2%). Oppure astenendosi da lavori che non soddisfino le loro più che giuste aspirazioni, di salario e di tempo libero. O ancora astenendosi dal voto, ché tanto gli appare inutile (e talvolta effettivamente lo è).

È un singolare fenomeno, da non confondere con ciò che è accaduto in altre epoche. I giovani si sono sempre ribellati ai padri. Ma oggi più che una lotta, sembra una separazione. Anzi, una secessione. Nel ‘68 gridavano “siamo realisti, chiediamo l’impossibile”; ora sembrano dire “siamo utopisti, lasciateci in pace”. Perché? Ci dobbiamo preoccupare? Vogliamo provare a capire, prima di condannare? È probabile, infatti, che le cause di questo comportamento siano da ricercare nella società degli adulti, di noi padri e madri. Almeno tre di queste, sicuramente.

1) La questione antropologica. Il cambiamento d’epoca si sta manifestando come un imponente processo di “disincarnazione”, ha scritto Luca Diotallevi sul Messaggero. Ed è così. I nostri corpi, un tempo gomito a gomito nei luoghi di studio e di lavoro, sono sempre più isolati: quando studiamo, facciamo shopping, coltiviamo relazioni e amicizie, sperimentiamo la sessualità da casa, da remoto, on line. Il lockdown per la pandemia ne è stata l’apoteosi. Potrebbe persino darsi - aggiunge l’autore - che l’ossessione dei nostri giovani per i tatuaggi sia una forma di resistenza in nome del corpo, una “riscoperta” della pelle. La “disincarnazione”, nella parte del mondo in cui perfino Dio ha scelto di incarnarsi, è un potente fattore di shock e disorientamento.

2) La questione culturale. Siamo noi, la società degli adulti, ad aver creato un clima di paura del futuro, di ansia costante e permanente. Da quando mi ricordi, ho sentito annunciare con ottimi argomenti la fine del cibo, la fine del petrolio, la fine del lavoro, la fine delle pensioni, la fine dei ghiacciai, la fine della Terra. E magari qualcuna di queste profezie ci azzeccherà pure. Come meravigliarsi allora se tanti giovani, angosciati da una visione catastrofica dell’avvenire, non più un sole ma una nube tossica, inclinino a un nichilismo esistenziale, che li spinge per l’appunto ad astenersi, a non fare piuttosto che a fare?

3) La questione politica. La “società dei diritti” è una macchina inesauribile: ne produce sempre di nuovi, insieme al risentimento per l’ingiustizia del loro mancato riconoscimento. Il diritto al lavoro, allo studio, alla salute, non bastano più. Serve il diritto a morire, il diritto alla genitorialità, il diritto a scegliersi il sesso o il genere. L’articolo 2 della Costituzione “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”. Ma “non tutte le aspirazioni e i desideri dell’individuo devono necessariamente tradursi in diritti soggettivi. E, in ogni caso, non tutti i diritti soggettivi devono necessariamente assumere il rango di diritti fondamentali” (Augusto Barbera). Così la Repubblica sembra non mantenere la sua promessa. E si contesta la società liberale perché, pur assicurando la liceità di tanti comportamenti (quasi tutti), non li sancisce come nuovi diritti di libertà. La Costituzione è interpretata come una “Carta dei diritti” e non dei “valori”, che comprendono anche i relativi doveri.

Per queste (e altre) ragioni, i giovani di oggi si sentono traditi. Ingannati. Come se fossero la prima generazione nella storia dell’umanità cui sia stato sottratto, anzi rubato, il futuro. Non hanno sempre torto. Ma, soprattutto, non la pensano tutti così. Ogni volta che leggiamo un’analisi preoccupata sulle giovani generazioni (a partire da questa) dovremmo sempre ricordare che parlano della punta dell’iceberg; di quello che si vede, che emerge alla superficie della cronaca. E che invece, nelle profondità della nostra società, c’è un esercito di ragazzi che si costruisce con fatica, anche maggiore di un tempo, la propria vita. E risponde perfino alle domande dell’esaminatore della maturità. Probabilmente la nostra vera colpa è di non capire abbastanza loro.