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di Alessandro Barbano

 

Il Mattino, 8 marzo 2015

 

Cosa valgono cento corruttori arrestati, altrettante ruberie di denaro pubblico scongiurate, una rete grigia di complicità e di clientele spezzata, cosa vale la fine di questo marciume, che puzza e indigna e accende la fiamma della piazza con la miccia di deputati forcaioli, cosa valgono il decoro delle istituzioni e la trasparenza della pubblica amministrazione rispetto alla sorte di un solo innocente, a cui vengano sottratte per errore o per convenienza investigativa la libertà, gli affetti, il lavoro, la reputazione, con una custodia cautelare ingiusta che suoni come una condanna preventiva?

Nulla valgono. Meno di zero. Cento malversazioni scoperte non valgono un solo uomo in carcere senza un motivo fondato. Ma non c'è più nessuno in questo Paese a dirlo forte e chiaro. Anzi, chi osasse sostenerlo sarebbe tacciato di ideologia o di immoralità, o comunque di non capire la gravità del malcostume che affligge l'Italia, di non riconoscere le priorità.

Lo diciamo allora noi. Lo assumiamo come paradigma civile: tra la corruzione di molti e l'ingiusta punizione di uno solo, temiamo di più quest'ultima. Non abbiamo mai creduto che la giustizia e la libertà dovessero sgomitare l'un l'altra per farsi spazio. Ma se qualcuno proprio riuscisse a convincerci del contrario, non avremmo dubbi nel preferire una libertà senza giustizia a una giustizia che trionfasse a danno della libertà. Poiché non siamo disposti a riconoscere nessuna emergenza che giustifichi una compressione dei diritti fondamentali.

Crediamo che sia giunta l'ora che queste idee tornino a circolare nel discorso pubblico senza paura, a essere promosse nelle scuole, sui media, nei libri, nelle piazze e nelle stanze della democrazia delegata, a illuminare la coscienza di chi decide.

A seccare la malapianta del giustizialismo, che uomini accecati e politici senza scrupoli innaffiano senza tregua da un quarto di secolo nel nostro Paese. A fermare la moltiplicazione di leggi illiberali, che confondono le coordinate della Giustizia con quelle della giustizia cautelare. Che considerano la prescrizione un intralcio al trionfo della verità e non una garanzia irrinunciabile del cittadino contro il rischio di essere perseguito, o meglio, perseguitato dall'azione punitiva dello Stato per un tempo inaccettabile.

Inaccettabile è di certo l'allungamento della prescrizione per il reato di corruzione da dieci fino a diciotto, o in alcuni casi a ventuno anni e nove mesi, approvato in commissione giustizia alla Camera su proposta del governo. Non solo perché si fa fatica a capire quale sia dopo vent'anni l'interesse pubblico alla punizione. Ma soprattutto perché un simile schema penale finge di ignorare che è una barbarie lasciare il colpevole, e non solo l'innocente, sotto lo schiaffo dell'indagine per un tempo più che doppio rispetto alla pena massima prevista per il reato commesso. Non c'è giustizia che sia tale se non riconosca anche ai rei un processo ragionevolmente rapido e un minimo di garanzie.

Nel distretto della Corte d'Appello di Napoli, su cento persone che entrano in carcere per mano della procura e del gip, ce ne sono 40 che escono grazie al Riesame. Vuol dire che quasi la metà delle custodie preventive è indebita, cioè illegittima. E cioè che in uno stato di diritto c'è un numero spropositato di persone private della loro libertà contro le regole del diritto. Può forse considerarsi questo un effetto collaterale, o paradossale, ancorché accettabile della giustizia? Nel frattempo la riforma della carcerazione preventiva salta da quasi due anni di commissione in commissione, tra un ramo e l'altro del Parlamento, senza che giunga ad approvazione.

Purtroppo la piega che ha assunto il dibattito sulla cosiddetta riforma della giustizia non dimostra nulla di buono. Pensata per garantire una parità effettiva tra accusa e difesa, per imporre al processo una ragionevole durata, per porre fine alla mostruosità di intercettazioni abnormi usate in maniera abnorme nel circuito giudiziario-mediatico, essa sembra voltarsi in un indiscriminato e spesso incoerente aumento delle pene per singole fattispecie di reato e in una crescente pervasività delle misure cautelari. C'è un disegno preciso dietro questo slittamento persecutorio: alzare sopra i cinque anni la pena minima per reati come corruzione e falso in bilancio non ha nessun significato punitivo, se non quello indiretto di consentire a pm e gip di usare a piene mani - come se non lo facessero già abbastanza - lo strumento delle intercettazioni e degli arresti, altrimenti non consentiti.

Di fronte all'emergenza reale di una corruttela diffusa, figlia del blocco sociale, della mortificazione del merito, dell'inamovibilità dei funzionari pubblici e, da ultimo, di una crisi economica che si è tradotta negli anni in un arretramento civile del Paese, la politica non sa inventare niente di meglio che un grande fratello dalle mille orecchie e dalle altrettante manette. Così, in nome di una legislazione che ha sostituito la norma con l'emergenza, crescono dal penale fino al contabile le ordinanze che compulsano la libertà individuale, sottraggono la proprietà privata, condizionano l'autonomia della politica. Tutto in nome dell'urgenza e senza un contraddittorio che sia reale.

Se da una parte il governo propone e impone una tardiva ancorché doverosa responsabilità civile dei giudici, dall'altra il fuoco della giustizia si sposta sempre di più dal giudicato alle indagini preliminari, nelle quali le misure mediatico-cautelari giocano il ruolo di una condanna anticipata dagli esiti irreversibili. Con l'effetto, tra l'altro, di depotenziare il processo nei suoi passaggi successivi, marginalizzando la competenza dei magistrati che, in quanto più in alto nella scala gerarchica, potrebbero offrire maggiori garanzie di una valutazione terza e imparziale. Carnelutti diceva che il processo è già una pena.

Figuriamoci se non lo sono i verbali su conversazioni private, che non riguardano solo Berlusconi ma anche centinaia di migliaia di cittadini intercettati e messi in piazza. E che dire dei sequestri e delle confische assunte in camera di consiglio o, nel caso della Corte dei Conti, per mano di un procuratore che dispone il blocco di beni e conti correnti senza alcun contraddittorio, come facevano i pretori nel vecchio codice inquisitorio, salvo successiva conferma nell'udienza di convalida?

È giustizia o barbarie quella a cui non pochi politici plaudono, finché bussa alla porta degli altri, salvo poi rinnegarla quando giunge anche per loro il giorno del giudizio? Vale per costoro il vaticinio di Danton, diretto al patibolo, davanti alla casa di Robespierre: "Infame, tu mi seguirai".