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di Riccardo Mazzoni

Il Tempo, 11 aprile 2022

Quando esplose lo scandalo Palamara, il presidente Mattarella parlò senza giri di parole di “un quadro sconcertante di manovre per veicolare le nomine di importanti procure” e chiese di accelerare’- le riforme - a partire da quella del Csm - per restituire credibilità alla giustizia nel rispetto della Costituzione, concetto ribadito solennemente nel discorso di reinsedíamento davanti alle Camere.

Ora la maggioranza ha raggiunto una faticosissima intesa sulla riforma Cartabia - peraltro subito contestata da Lega e Italia Viva -, un inevitabile compromesso che rappresenta il minimo sindacale affrontando solo in parte i nodi cruciali del malfunzionamento di un sistema giudiziario corroso dalla sindrome politico-correntizia.

Una riforma light, dunque, di front a cui però 1’Anm ha eretto le solite barricate, arrivando - per voce del suo presidente Santalucia - a minacciare lo sciopero. Non c’è nulla da fare: nonostante gli scandali scoperchiati da Palamara, e nonostante le guerre intestine che hanno delegittimato perfino la Procura-simbolo di Milano, il sindacato dei magistrati non vuole né riforme né pagelle, perché ritiene che dietro “le parole d’ordine della meritocrazia e delle valutazioni di qualità” si nasconda “la volontà di compromettere la stessa funzione di garanzia che la Costituzione assegna al Csm”.

Considerazioni segnate da un arroccamento corporativo che si ostina a negare la realtà, visto che la riforma del sistema elettorale del Csm è diventata necessaria e urgente proprio a causa della deriva che ha trasformato un organo di rango costituzionale in una sorta di circolo privatistico delle correnti organizzate. L’Anm, però, è pronta allo sciopero “come ai tempi di Berlusconi”, si è lasciato sfuggire Santalucia: un riferimento molto significativo e anche un po’ inquietante, perché ripropone in tutto e per tutto un clima di scontro che raggiunse il suo apice ogni volta che i governi di centrodestra provarono ad arginare lo strapotere della magistratura.

Allora - era il 2011 - il segretario dell’Anm Cascini dichiarò che a suo avviso “questa maggioranza non ha legittimità storica, politica, culturale e anche morale per affrontare la riforma della giustizia”, un pronunciamento la cui enormità avrebbe trovato poi pieno riscontro nelle rivelazioni di Palamara, con l’ammissione di vere e proprie strategie di persecuzione contro partiti considerati avversari politici dalle avanguardie ideologiche della magistratura.

Il caso Berlusconi, in questo senso, resta il più clamoroso ed emblematico. Ma l’Anm continua a negare l’evidenza: è vero che la grande maggioranza dei giudici svolge ogni giorno con imparzialità un lavoro fondamentale al servizio della democrazia, ma la storia degli ultimi trent’anni racconta purtroppo anche la realtà deviata di un partito delle procure che ha fatto ampio uso nel tempo di interventi orientati, mediaticamente pilotati e aventi finalità politiche. Si chiama uso politico della giustizia, col suo corollario obliquo di fughe di notizie, gogne mediatiche e condanne preventive.

La riforma Cartabia, sempre che vada in porto, ci mette una pezza, ma servirebbe molto di più per rimettere il sistema giudiziario in linea con la Costituzione e porre fine alla finta obbligatorietà dell’azione penale, alle sistematiche carcerazioni preventive e ai frequenti copia e incolla con cui vengono avallate le richieste delle procure. La separazione delle funzioni è solo un timido passo, ma l’Arun non ci sta, in difesa della Casta e del potere improprio conquistato nella lunga stagione del giustizialismo.