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di Andrea Pugiotto*

Il Domani, 22 agosto 2026

I secondi tendono a ridurre la Costituzione a un insieme di meccanismi da ottimizzare. I primi mantengono il riferimento ai principi e alle finalità costituzionali, cui gli strumenti del diritto elettorale vanno orientati. Così, se per gli uni l’efficienza della nuova regola elettorale è l’oggetto immediato di discussione, per gli altri il tema vero è quale idea di democrazia parlamentare vogliamo preservare o trasformare. Alla ripresa dopo la pausa estiva, i lavori parlamentari saranno dominati da un tema: la riforma elettorale. Approvato alla Camera il 16 luglio scorso, il testo è già calendarizzato al Senato, con l’intento di arrivare entro il 15 settembre alle dichiarazioni di voto e alla sua approvazione.

Una tempistica accelerata, in previsione di un terzo passaggio alla Camera, qualora il testo fosse emendato. Ipotesi molto probabile, se non altro per rimediare ad alcune omissioni normative di dubbia costituzionalità: tra le più critiche, l’assenza di misure di riequilibrio di genere nella rappresentanza parlamentare e la scelta di liste interamente bloccate, senza voto di preferenza. Ipotesi auspicata anche da chi - all’interno di entrambi gli schieramenti - chiede l’introduzione di un ballottaggio nazionale, qualora nessuna coalizione raggiunga al primo turno la soglia necessaria per conquistare il cosiddetto “premio di governabilità”. È la proposta dei costituzionalisti che fanno opinione, per i quali solo a questo sembra ridursi l’orizzonte: evitare una competizione tra coalizioni troppo eterogenee, inclusive di forze estremiste - a destra come a sinistra - utili per vincere, ma inutili per governare. Come se la legge elettorale servisse a risolvere i problemi dell’attuale fase di sviluppo del sistema politico-istituzionale. Il gran caos nella Lega. Ora è a rischio anche la legge elettorale La democrazia che si organizza La legge elettorale, invece, è ben altro. È la democrazia che si organizza. Guarda alla forma di stato, prima ancora che alla forma di governo. Davanti a una riforma elettorale, la questione decisiva non è tanto la qualità dell’ingegneria elettorale, ma il modello costituzionale sottostante. Quando si mette mano al meccanismo di trasformazione dei voti in seggi, dunque, l’interrogativo di fondo da porsi non è se “questa norma è scritta male”, bensì “questa legge è scritta pensando a quale idea di democrazia?” Osservato attraverso tale lente, il dibattito in corso soffre di un marcato riduzionismo funzionalista.

Le categorie dominanti sono “decidere”, “semplificare”, “stabilizzare”, “governare”. Tutte categorie importanti. Ma quando diventano preminenti, se non esclusive, la rappresentanza viene percepita come un costo, il pluralismo politico come un ostacolo, la mediazione parlamentare come una perdita di tempo. Eppure, chi studia e insegna diritto costituzionale ha proprio il compito di ricordare che le istituzioni democratiche non servono soltanto a produrre o avallare decisioni. Servono anche a rappresentare conflitti, interessi, identità, minoranze: funzioni che appaiono inefficienze, se osservate con lo sguardo miope dell’ingegnere costituzionale. Il fallimento della legge elettorale è lo sfregio che Meloni non può rimediare i pericoli del Melonellum Questo è il punto.

La riforma elettorale in approvazione non è pericolosa soltanto per i suoi discutibili meccanismi interni. Lo è perché considera la rappresentanza politica e la dialettica tra Parlamento e governo ostacoli da contenere, anziché valori da proteggere. Abbandonata l’idea d’imporre - mediante revisione costituzionale - un inedito premierato, ora si mira a due Camere composte a immagine e somiglianza dei vertici di partito, chiamate più a ratificare che a discutere, controllare, criticare. Domina una preconcetta sfiducia verso elettori e Parlamento, tanto più grave mentre cresce il non voto. Meno consenso reale, più artifici elettorali, maggiore distanza tra eletti ed elettori: questo è l’algoritmo che si va elaborando.

In questo modo tecnocratico d’intendere il diritto è agevole riconoscere la distinzione tra “costituzionalisti” e “costituzionisti”, polemicamente tracciata da Gustavo Zagrebelsky in un libro di alcuni anni fa (Tempi difficili per la Costituzione, Laterza, 2023). I “costituzionisti” tendono a ridurre la Costituzione a un insieme di meccanismi da ottimizzare: quale sistema elettorale produce governi più stabili? Quale correttivo aumenta l’efficienza decisionale? Sono domande legittime, naturalmente.

Ma rischiano di ridurre la Costituzione a una tecnologia istituzionale. I “costituzionalisti”, invece, si domandano preliminarmente: efficienza per che cosa? Governabilità entro quali limiti? Mantengono cioè il riferimento ai principi e alle finalità costituzionali, cui gli strumenti del diritto elettorale vanno orientati. Così, se per i primi l’efficienza della nuova regola elettorale è l’oggetto immediato di discussione, per i secondi il tema vero è quale idea di democrazia parlamentare vogliamo preservare o trasformare. Questa è la luna cui guardare. Il resto è il dito. Legge elettorale, quei leader carismatici in fuga dal “popolo sovrano”.

*Costituzionalista dell’Università di Ferrara, condirettore della rivista Quaderni costituzionali