di Attilio Bolzoni
La Repubblica, 3 febbraio 2020
Sarà perché non c'è più la mafia di una volta, sarà perché la nomemklatura siciliana è diventata sempre più ingorda e pericolosa, ma fa una certa impressione scoprire una Palermo dove ci sono più denunce contro i boss che contro i funzionari pubblici corrotti. Detta così, sembra che sulla capitale dell'isola si sia abbattuta una meteorite che ha spazzato via "famiglie" e "mandamenti" che controllavano - e non metro per metro ma centimetro per centimetro - i loro territori da un paio di secoli abbondanti.
Ma, a quanto pare, le statistiche ci costringono a ragionare su quello che a prima vista può apparire come un paradosso: Palermo sempre meno mafiosa e sempre più corrotta. La notizia ce l'ha offerta, e con un contorno di parole inequivocabili ("C'è troppa gente che ruba e ruba risorse pubbliche") il procuratore capo Franco Lo Voi alla cerimonia dell'inaugurazione dell'anno giudiziario.
Il procuratore ha completato il suo discorso fornendo tutti gli elementi necessari per comprendere meglio la situazione: "Corrotti e corruttori traggono dalla mafia preziosi insegnamenti, adottano cautele negli incontri per evitare intercettazioni, usano comunicazioni criptiche quando parlano tra loro, hanno incontri riservati avendo cura di lasciare i telefoni, riciclano come i mafiosi e autoriciclano".
Insomma, quello che prima facevano i don Sasà e i don Totò delle borgate adesso lo fanno serenamente anche un bel po' di amministratori, alti burocrati e pure le mezzemaniche. Agiscono quasi indisturbati, perché tutti protetti da un'omertà che un tempo sembrava privilegio solo dei "galantuomini". Evidentemente, oggi, fanno paura anche loro. Per dirla tutta non è solo una questione di paura, il silenzio si può conquistare altrimenti, si compra anche con qualcos'altro.
C'è il dare e c'è l'avere, nel perverso intreccio fra corrotto e corruttore l'interesse è sempre reciproco. Nulla di nuovo sotto il sole. Raccontava qualche anno fa il pentito Gaspare Mutolo, a proposito di racket del pizzo: "Le estorsioni sono una cosa che vanno benissimo a Palermo perché le persone sono molto educate nel pagare. Hanno quella mentalità per stare tranquilli. Quando sento dire di qualche imprenditore o di qualche commerciante che non paga, io mi stranizzo... Perché a volte hanno anche dei vantaggi.
Primo, perché nasce un rapporto di amicizia fra quello che va a prendere la mesata e loro... e poi perché i commercianti pagando sono garantiti a vita". Che il "comportamento mafioso" abbia fatto scuola fuori dalla mafia non è che sia una novità in assoluto ma, a Palermo, significa qualcosa di più che altrove.
D'altronde fa testo il dato denunciato dal procuratore, riferendo proprio sulle indagini in corso e su quelle appena concluse: per quante poche siano ancora le denunce contro i rappresentanti di Cosa Nostra sono comunque più delle altre. Che sta succedendo allora? Sta succedendo che la mafia è profondamente cambiata nonostante la rappresentazione folcloristica che a volte noi giornalisti ne facciamo, come struttura militare è l'ombra di se stessa rispetto a vent'anni fa, il suo potere intimidatorio resiste ma non è paragonabile a quello che aveva, è una mafia che si mischia con quei colletti bianchi (noi preferiremmo definirli neri) citati dal procuratore Lo Voi, che si confonde e confonde.
C'è un grande rimescolamento, più mazzette e assenza di fatti di sangue, per mettere fuori gioco un avversario in una gara d'appalto è più vantaggioso pagare che far saltare in aria qualcosa, tangenti al posto di pallottole. Anche a Palermo hanno capito che è più conveniente così.










