di Nadia Urbinati
Il Dubbio, 7 aprile 2026
Nel 1945, William Beveridge scrisse che il “prezzo della pace” è duplice: politico ed economico. “Dobbiamo assicurarci, quanto meglio si possa, che le divergenze tra le nazioni non condurranno alla guerra”. Dovremmo stimolare leader e capi di Stato a ponderare l’inutilità e il danno di concepire la pace come una questione di “interesse nazionale”. Il tempo della pace sembra sempre più distante da noi, parte di un passato che, più ci addentriamo nel futuro, più si fa glorioso. Mitizzare il passato è un segno sconfortante di ciò che siamo o di ciò che rischiamo di diventare. La guerra è nella nostra vita anche se non la vediamo sotto i nostri occhi. È alle porte perché è entrata nel regno della possibilità.
E soprattutto perché la vita materiale nelle nostre società (identificate fino a qualche anno fa con l’opulenza) è segnata dalla scarsità, dall’attitudine all’austerità nel programmare le scelte; e non necessariamente per ristrettezze economiche, ma per la mancanza di materie prime energetiche. Pasqua violenta. Ma i giovani sognano la pace Prezzo economico La possibilità di programmare una scelta, piccola o grande che sia, è un segno tangibile di pace, come condizione di libertà dalla paura, la sola libertà che sappiamo riconoscere senza sforzo. Nel 1945, William Beveridge, il cui nome è associato alle politiche sociali che inaugurarono la pace in Gran Bretagna, scrisse che il “prezzo della pace” è duplice: politico ed economico.
“Dobbiamo assicurarci, quanto meglio si possa, che le divergenze tra le nazioni non condurranno alla guerra” e che le vertenze tra gli Stati non siano risolte dagli stessi Stati, ma portate davanti a un sistema “arbitrale” internazionale. Due guerre mondiali avevano dimostrato anche ai cinici quanto fosse “inutile e vano ogni sforzo inteso a perseguire il potere per fini nazionali”. Il prezzo della pace è quindi anche economico, perché il primo obiettivo in qualunque programmazione del commercio internazionale “dovrebbe essere quello di creare un sistema mediante il quale tutte le nazioni del mondo possano commerciare liberamente tra loro in piena eguaglianza, senza alcuna discriminazione”. Beveridge era un liberale, non un conservatore né un laburista.
La libertà era per lui libertà dalla paura, un obiettivo mai compiuto e, in effetti, l’unica cornice sensata della politica. Non si rifaceva a filosofie astratte, ma restava nel recinto dell’esperienza storica, che lo convinceva di questo fatto banale: non è sufficiente dire “No” alla guerra; non basta impegnarsi a livello nazionale; non basta voler abolire la guerra ora, o per questa o per la prossima generazione, perché “fintanto che la guerra sembra possibile, verranno fatti dei preparativi di guerra”. Mattarella scrive al papa: “Si recuperino le ragioni del dialogo e della moderazione” Stimolare i leader Perché tornare a questo autore del passato glorioso, quello della ricostruzione della democrazia sociale?
Perché dovremmo, come Beveridge, essere mossi da questo progetto: stimolare capi di governo e di Stato a ponderare, con un supplemento di responsabilità, l’inutilità e il danno che derivano dal concepire la pace come una questione di “interesse nazionale” e dal credere che le relazioni bilaterali possano riattivare i commerci. La dimensione della pace, come quella dell’economia, è internazionale. E che così sia, ce lo dimostra proprio il paese dal quale è cominciata la destabilizzazione. Appena insediato, Trump ha attaccato frontalmente quell’ordine economico e normativo tra le nazioni sul quale la pace nel dopoguerra si è stabilizzata. La sua amministrazione non ha soltanto stracciato la pratica della diplomazia.
Ha sbeffeggiato l’Onu e il progetto delle frontiere porose alle merci e alle persone. Ha imposto una visione di dominio imperiale, non di alleanza, rendendo la guerra un affare per il proprio paese. Ha pensato, anzi, di punire con la penuria della materia prima più importante, il petrolio, la reticenza europea a scendere in guerra contro l’Iran.
Dopo aver iniziato le ostilità in un dialogo strategico solo con Israele (non membro della Nato), ha accusato i paesi dell’Alleanza atlantica di pacifismo. Alcuni asservitori, non proprio cospirazionisti, pensano che questa mossa di Trump sia anche mirata a ottenere ciò che da sempre dichiara di desiderare: la fine dell’Ue e, soprattutto, l’immiserimento dei paesi europei. Memore del fatto che, dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti espansero la loro economia grazie al bisogno estremo in cui versava l’Europa, sembra che il progetto di Trump sia quello di lucrare sull’impoverimento indotto. Anche per questo siamo in guerra.











