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di Antonio Spadaro*

La Stampa, 20 aprile 2022

Per lui il nemico è il conflitto. Non cerca di eliminare il male ma vuole neutralizzarlo. Quando Francesco ha parlato della Chiesa come “ospedale da campo dopo una battaglia”, aveva davanti agli occhi uno scenario mondiale da “guerra mondiale a pezzi”. Pochi giorni fa, nel suo messaggio “Urbi et Orbi” di Pasqua, ha elencato solamente alcuni di questi pezzi: Ucraina, Gerusalemme, Libano, Siria, Iraq, Libia, Yemen, Myanmar, Afghanistan, Sahel, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo, Sudafrica. La mappa è destinata ad essere sempre incompleta.

Nel caso dell’Ucraina Francesco ha definito lucidamente il conflitto “inaccettabile aggressione armata”, “guerra ripugnante”, “massacro insensato”, “invasione dell’Ucraina”, “barbarie”, “atto sacrilego”. Il nemico è il paradigma di Caino, la guerra. Francesco sa che “si continua a governare il mondo come uno “scacchiere”, dove i potenti studiano le mosse per estendere il predominio a danno degli altri”. Per questo ha gridato “Fermatevi!”, e ha fatto appello a trattative e mediazioni: “Si punti veramente e decisamente sul negoziato, e i corridoi umanitari siano effettivi e sicuri”. Ma chi crede oggi alla possibilità di un negoziato? L’unica strada percorribile pare l’escalation. E si parla di una guerra dai tempi lunghi, lunghissimi. Come ha scritto il direttore della Stampa Massimo Giannini, domenica scorsa: nessuno più parla di pace, se non lui, il Papa, che alcuni vorrebbero si unisse al coro “armi, armi, armi”. Mentre noi abbiamo militarizzato pure gli animi che riflettono sulle soluzioni possibili.

Francesco non cerca di eliminare il male perché sa che è impossibile. Semplicemente esso si sposterebbe e si manifesterebbe altrove, in altre forme. Così è sempre stato. Cerca invece di neutralizzarlo. È dunque per questo che, sotto il profilo diplomatico, si assume la responsabilità di posizioni rischiose e incomprese fino a ritrovarsi solo come una voce che grida nel deserto. Come, del resto, Giovanni Paolo II al tempo delle guerre del Golfo.

Francesco ha incontrato tre volte Putin, una volta Poroshenko e una volta Zelensky. Ha sempre condiviso l’auspicio che “tutte le Parti implicate dimostrino la massima sensibilità nei riguardi delle necessità della popolazione, prima vittima delle violenze, nonché impegno e coerenza nel dialogo”. Perché non ci si è preparati per evitare di cadere nel baratro della guerra con adeguati negoziati? Ci si è invece preparati alla guerra.

L’approccio di Francesco si fonda sulla certezza che non si dà a questo mondo l’impero del bene. Per questo bisogna dialogare con tutti, proprio tutti. Persino col generale Min Aung Hlaing, capo dell’esercito del Myanmar, responsabile delle operazioni contro i suoi amati Rohingya, per fare un esempio. Il potere mondano è così definitivamente de-sacralizzato. E proprio per questo nessuno è il demonio incarnato. La diplomazia della Santa Sede cuce, non taglia, anche in situazioni politicamente difficili, come quella dell’invasione russa dell’Ucraina. Questo genera la falsa percezione di un “neutralismo” del Papa, il quale sa che la violenza genera violenza e le vittorie generano sconfitte e paci instabili e friabili. Fu la pace di Versailles a generare il mostro nazista. E quante volte Francesco ha denunciato la pace di Yalta?

Il sacro non è mai puntello del potere. Il potere non è mai puntello del sacro. Francesco lo ha detto chiaramente a Kirill: “La Chiesa non deve usare la lingua della politica, ma il linguaggio di Gesù”. È questo l’errore fatale di Kirill, che vede nel conflitto ucraino un duello “metafisico” pro domo sua. Ma anche di Putin, che cita in modo blasfemo i Vangeli in uno stadio di Mosca, e vede in religione e armi la difesa della statualità russa. Ma anche di Biden, quando a Varsavia cita a sproposito Giovanni Paolo II. E pure del presidente Poroshenko che lanciò lo slogan “esercito, fede e lingua”, sedendosi sulla cattedra imperiale accanto all’altare della cattedrale di Kiev.

Non deve sorprendere, dunque, che Francesco, in maniera provocatoriamente evangelica, abbia chiamato nel 2014 gli stessi terroristi islamici con un’espressione densa insieme di condanna e compassione: “Povera gente criminale”. Il nemico - persino il terrorista! - resta “figlio prodigo”, e mai incarnazione diabolica. Fino all’affermazione davvero singolare per cui fermare l’aggressore ingiusto è un diritto, che però deve essere postulato come “un diritto dell’aggressore”, che è il paradossale diritto “di essere fermato per non fare del male”.

Infatti, l’amore tipico del cristiano non è solamente quello per il “prossimo”, ma quello per il “nemico”. È stata evangelicamente molto lucida la Conferenza episcopale dei vescovi cattolici ucraini quando, all’inizio del conflitto ha chiesto ai fedeli di pregare anche “per coloro che hanno iniziato la guerra e sono stati accecati dall’aggressione”. Aggiungendo: “Proteggiamo i nostri cuori dall’odio e dalla rabbia contro i nostri nemici. Cristo dà una chiara istruzione di pregare per loro e di benedirli”. Quando si arriva a guardare l’uomo che commette l’orrore con una qualche forma di pietas, trionfa in maniera scandalosa la forza intima del Vangelo di Cristo: l’amore per il nemico. Senza questo, il Vangelo rischierebbe di diventare un discorso edificante, non certo rivoluzionario.

Il Papa resiste alla fascinazione di fare del cristianesimo una garanzia politica, qualunque essa sia. Sottrae il cristianesimo alla tentazione di rimanere erede dell’Impero romano o a quello di Bisanzio. Questa tentazione dai tratti nazionalistici appare a volte irresistibile: proiettare quegli imperi in una o l’altra alleanza militare dei buoni contro i cattivi. Potestas politica e auctoritas spirituale vanno sempre ben distinte: questa è la forza della universalità del cattolicesimo. Forza testimoniata da Albina e Iryna, russa e ucraina, che hanno portato la croce a mani intrecciate nella Via crucis al Colosseo. Francesco è laico, laicissimo. Spoglia il potere spirituale dei suoi panni temporali, e dei suoi armamenti, anche a fin di bene. Il suo abito bianco riporta il cristianesimo a Cristo, che davanti a chi lo difese con la spada urlò “Basta!” due volte. Non indossa neanche più il rosso, colore imperiale ed espressione della imitatio imperii del vescovo di Roma.

Non illudiamoci: l’impasto tra sacerdotium e imperium non è facile da dipanare. Ma l’aureola del santo di Assisi ora coincide con quella del vicario di Cristo. E abbandona per sempre il profilo dell’imperatore, che oggi sarebbe semplicemente donchisciottesco. Tale, del resto, rischierebbe di essere un viaggio immediato del Papa cattolico di Roma a Kiev, in una terra già divisa tra due obbedienze ortodosse. Francesco vuole toccare con le proprie mani le ferite causate da un massacro sacrilego. E lo farà, ma senza spaccare ulteriormente. Così è stato a Bangui, dove lo volevano cristiani e musulmani, e così sarà a Juba nel luglio prossimo.

Torna in mente Dante, che nel De Monarchia collega l’auctoritas spirituale del Papa direttamente con la paternitas. Il 12 aprile Francesco scriveva in un tweet: “Il Signore non ci divide in buoni e cattivi, in amici e nemici. Per Lui siamo tutti figli amati”. Paul Elie sul New York Times tempo fa efficacemente riassunse: Francesco come “the Anti-Strongman”.

*Direttore de “La Civiltà Cattolica”