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di Goffredo Buccini

Corriere della Sera, 4 novembre 2022

La manifestazione in programma domani a Roma. Si condanna l’aggressore e si “rispetta” la resistenza ucraina, ma il rispetto è diverso dal sostegno ai combattenti.

La storia non si ripete, dicono. Dunque, calma, bisogna certo resistere alla tentazione di apporre l’etichetta di appeaser al variegato mondo in procinto di manifestare a Roma per la pace. Dagli anni Trenta del secolo scorso a oggi, il movimento pacifista proprio dentro la storia è cresciuto. E non merita di essere ridotto ai miserabili tatticismi con cui gli inglesi Chamberlain e Halifax e il francese Daladier si illusero di poter placare le ambizioni criminali di Hitler. È tuttavia difficile non prevedere che domani, nella canonica piazza San Giovanni, avrà luogo una specie di f estival dell’ossimoro accompagnato dall’orchestra delle migliori intenzioni.

Le parole belle da dire, in questi frangenti, sono sempre molte e molto vacue: non si tratta di vincere la guerra ma di vincere la pace; non si è equidistanti ma equivicini. Per chi poi volesse accostarsi un po’ alle terrene concretezze, ecco due proposizioni sempre sulla linea del sole oscuro e dell’acqua asciutta: quindi, con l’Ucraina, sì, ma anche per una tregua che cristallizzi lo status quo nei territori invasi; accanto a Zelensky, certo, però senza mandargli più neppure una fionda. Per tacere della non piccola componente di intransigenti apostoli della resa che al presidente ucraino rimproverano tout court di non essere scappato: “Avesse fatto le valigie, la guerra sarebbe già finita”, insiste qualche opinionista.

Del resto, sono tali e tanto diverse le componenti già mobilitatesi nei giorni scorsi in un centinaio di città italiane da poter gareggiare per densità di incoerenze con un’assemblea delle sempre invocate e ben poco efficaci Nazioni Unite (il cui segretario generale, ricordiamolo, fu salutato da Putin a suon di bombe mentre visitava Kiev).

La piazza terrà assieme motivazioni nobilissime, che si richiamano esplicitamente al magistero di Papa Francesco, “tacciano le armi”, e retropensieri pelosi, che fanno sorridere l’ambasciatore di Putin in Italia, Razov. Marceranno per l’occasione, anche se a debita distanza politica e forse fisica, chi, come il segretario del Pd, Enrico Letta, s’è speso in una chiara scelta atlantista sin dall’invasione del 24 febbraio e chi, come il capo pentastellato Giuseppe Conte, ha fatto saltare il governo Draghi esattamente sul tema del no alla difesa armata di Kiev, salvo mascherarlo poi sotto l’implausibile argomento del no all’inceneritore di Roma.

È anche una fiera del sacrosanto. Chi può essere contrario alla pace? Chi può ascoltare senza timore le ricorrenti minacce sull’uso di armi nucleari, ormai uscite dalla dimensione dell’assurdo ed entrate assurdamente in quella del possibile nel discorso pubblico e in quello diplomatico? Su quest’ovvia trincea, il network di Europe for Peace tiene assieme 600 sigle e realtà, laiche e cattoliche. I sindacati. I partiti in piazza senza bandiera. Ma non pare così agevole superare formidabili contraddizioni nelle parole d’ordine di giornata. Si condanna l’aggressore, certo, e si rispetta la resistenza ucraina. Ma il rispetto è diverso dal sostegno che, infatti, è riservato al “popolo ucraino”, non ai suoi combattenti (la Cisl ha giustamente chiesto che si rendesse esplicito almeno un passaggio sul diritto all’autodifesa degli ucraini). Si chiede “l’immediato cessate il fuoco” glissando sul ritiro della Russia dai territori che ha occupato e dove continua a stuprare, saccheggiare, deportare civili. Importanti intellettuali di area cattolica si spingono a sostenere l’istituzione di entità russo-ucraine per lo sfruttamento delle ricche risorse nei territori contesi. Fuori dal coro l’appello di MicroMega , che al grido di “Putin Go Home!” chiede l’intangibilità dei confini dell’Ucraina, così come definiti dal Memorandum di Budapest del 1994; e chi, come ad esempio il Mean di Marco Bentivogli e Angelo Moretti, il primo sit-in è andato a farlo il 13 ottobre a Castro Pretorio, davanti all’ambasciata russa.

Molti puntano con una certa ipocrisia sul sempiterno cavallo di battaglia della “potente azione diplomatica”. Verso chi? E come, se uno dei due soggetti non ha intenzione di restituire ciò che ha rubato? Sarebbe stupido appuntare l’etichetta di “putiniani” a una massa di ragazzi e ragazze che sfileranno con le bandiere arcobaleno e che costituiscono il risultato forse più sano di ciò che abbiamo insegnato ai nostri figli in settant’anni di pace europea: il ripudio della violenza. Ma sarebbe ragionevole superare almeno nella loro generazione quello strabismo che nel 1968 spinse molti dei loro padri e nonni a scendere in piazza per il Vietnam e non per Praga. E che ancora imprigiona parte della sinistra italiana dentro uno schema da Guerra Fredda, con un solo imperialismo da contrastare, quello Usa: Putin avrà “esagerato”, d’accordo, ma gli americani che l’hanno stuzzicato, allora? E qui il catalogo si dipana dalla guerra di Corea in avanti nel nome del più schietto benaltrismo.

La storia non si ripete, certo. Ma qualcosa dovrà pur insegnare l’appeasement di Monaco ‘38: almeno come vada tracciata una linea oltre la quale avventurarsi non è solo immorale, è anche pericoloso. “Il Cremlino intensificherà le sue campagne di disinformazione”, prevedono gli analisti di Foreign Affairs: “Bisogna rafforzare le forniture d’armi all’Ucraina per riportare i suoi confini a prima dell’invasione. Qualsiasi risultato minore aumenterebbe le prospettive di un’altra guerra in futuro”.

Per capire le reali intenzioni di Putin basterebbe guardare alla Moldavia oggi: alla costruzione di un possibile cambio di regime in favore di Mosca praticato coi soldi ai separatisti di Ilan Shor, al ricatto energetico, alla leva sull’enclave filorussa della Transnistria come nuovo Donbass, all’ostilità per le richieste moldave d’ingresso nell’Unione europea: un copione già visto che dovrebbe illuminarci su quanto il dittatore di Mosca sia partner plausibile nel processo di pace.

Pare saperlo meglio di ogni altro chi l’espansionismo russo l’ha avuto sempre come dirimpettaio, la premier finlandese Sanna Marin (non a caso bersaglio di una feroce campagna social): “Il solo modo per finire la guerra è che la Russia lasci l’Ucraina”, ha detto senza girarci attorno. Mostrando di conoscere forse il vecchio ammonimento di Mark Twain secondo il quale la storia non si ripete, ma talvolta fa rima con sé stessa.