di Chiara Francini
La Stampa, 12 ottobre 2026
La pace, a guardare certe fotografie, può risultare più intollerabile della guerra. La guerra ci lascia la comodità di sapere da quale parte stare. Qui invece un sopravvissuto siede accanto a un uomo che ha contribuito a distruggergli la vita. È il Ruanda dopo il genocidio. Jan Banning lo ha fotografato, Dick Wittenberg ne ha raccolto le voci. Dietro questi incontri c’è un programma di socioterapia comunitaria, portato avanti da CBS Rwanda, che riunisce sopravvissuti, responsabili delle violenze e loro familiari per ricostruire la possibilità di vivere insieme.
Funziona così: gruppi di dieci, quindici persone si incontrano una volta alla settimana, per quindici settimane. Li accompagnano facilitatori formati e appartenenti alla comunità. Si comincia dalla sicurezza, poi dalla fiducia, dalla cura, dal rispetto; si lavora sul futuro e sulle memorie. Prima di domandare a qualcuno di raccontare l’orrore bisogna costruire un luogo in cui possa smettere di aspettarselo.
Il perdono può arrivare, ma non è il prezzo da pagare per partecipare. Si cerca anzitutto di restituire alle persone la possibilità di stare fra gli altri senza sentirsi continuamente minacciate. Perché il problema è questo. Quando i massacri finiscono, le persone rimangono. I sopravvissuti, gli assassini tornati dal carcere, i figli degli uni e degli altri. Bisogna uscire di casa, procurarsi da mangiare, incontrare qualcuno che conosce le ultime ore di tuo padre perché ha partecipato alla sua morte. La riconciliazione, prima di essere una virtù, è una questione di spazio: come si abita ancora la medesima collina? Dentro questo lavoro ci sono esistenze come quella di Vedaste Macumu. Fuggendo con la moglie e sei figli, aveva tentato di salvarli dividendoli: tre con lui, tre con lei, in direzioni diverse. Vide uccidere sua moglie e i bambini che erano con lei.
Oggi dice di essersi riconciliato con un uomo che partecipò al saccheggio e alla distruzione della sua casa. C’è Solange, invece, che del genocidio ha ereditato la vergogna: suo padre vi prese parte, lei lo scoprì da bambina. Nel gruppo incontra Elie, che ha visto assassinare i genitori. Lui ascolta quella figlia e le offre amicizia. Ecco ciò che mi interessa: qualcuno ha costruito un metodo dove noi saremmo tentati di invocare un miracolo. Chiamare straordinari questi uomini e queste donne non basta. Rischia perfino di essere un espediente per ammirarli senza imparare nulla. La pace richiede lavoro anche dopo le sentenze, quando nessuno applaude più.









