di Raffaele Ricciardi
La Repubblica, 15 maggio 2021
Il calo dell'occupazione femminile nel 2020 è stato del 2,5%, contro l'1,5% degli uomini. Ma in presenza di figli in età pre-scolare, le madri occupate sono scese del 5,3% contro il 2,4% dei padri. E in azienda chi ha compiti di cura familiare ha il doppio di possibilità di andarsene.
Quella che ci stiamo lasciando alle spalle non è solo una crisi economica, deflagrata al traino di quella sanitaria, che ha colpito maggiormente le donne. Dal Fmi in giù, in molti hanno sottolineato come si sia trattato di una "she-cession"
Le donne, che sono maggiormente occupate nei settori dei servizi e dell'accoglienza falcidiati dai lockdown, hanno pagato un prezzo più alto al Covid. Ma se si tratta di donne con bambini piccoli, il costo lavorativo dell'emergenza è stato ulteriromente amplificato. I numeri rafforzano dunque l'evidenza quotidiana di un lavoro di cura estremamente sbilanciato.
Non solo: anche all'interno delle aziende, i lavoratori che il posto l'hanno difeso hanno accusato il colpo psicologico del farsi carico di professione e caregiving, assistenza a familiari (piccoli o anziani). Al punto da andare in sofferenza il doppio di quel che è accaduto a chi non ha di questi oneri (e onori) e da immaginarsi con molta più frequenza in un'altra azienda nel prossimo futuro, in fuga dunque per non aver ricevuto il necessario supporto da parte della propria organizzazione.
I figli piccoli "pesano" sull'occupazione - Già il World Economic Forum ha notato come la crisi del Covid abbia spostato in là di 36 anni la previsione del raggiungimento della parità tra generi, per 135 anni totali. Un'analisi di Prometeia, società di ricerca economica e consulenza, mette a fuoco quanto è accaduto in Italia tra smart working e didattica a distanza, proprio insistendo sulla variabile della presenza dei figli. Se nel consuntivo generale del 2020 il calo dell'occupazione femminile ha superato di un punto percentuale quello maschile (-2,5% rispetto a -1,5% tra gli uomini), la forbice si allarga in modo considerevole se si prendono in considerazione le donne con figli. Il divario più grande infatti si osserva tra i genitori di bambini in età prescolare (0-5 anni): sono il 5,3% le occupate in meno, a fronte del 2,4% dei padri.
"Non c'è dubbio che i lavori più colpiti dalla crisi abbiano una prevalenza femminile, e in alcune professioni l'età media sia inferiore", spiega Alessandra Lanza, senior partner di Prometeia.
"Ma questo non ci fa sentire meglio. Purtroppo i dati statistici non ci permettono di rispondere alla domanda se il calo dell'occupazione femminile sia effetto di opt-out", scelte consapevoli di persone che hanno preferito rimanere a casa per badare ai bimbi. "Servirebbero dettagli su livelli di istruzione, reddito e patrimonio. Se fossimo negli Stati Uniti, sarei più fiduciosa del fatto che sia frutto di una scelta. Purtroppo con la scarsa flessibilità del nostro mercato del lavoro, sulla base dei dati che abbiamo possiamo ritenere che siano soprattutto contratti a breve termine che non sono stati rinnovati nei settori molto colpiti".
A rafforzare la tesi che il carico di gestione dei bambini a casa forzatamente da scuola e nidi abbia giocato un ruolo determinante in questa crisi, gli economisti paragonano gli esiti sul mercato del lavoro di questo periodo con quel che accadde nelle crisi del passato, ad esempio quella del 2012. Ebbene, allora a un crollo dell'occupazione dei padri era corrisposto un aumento di quella delle madri, perché lavoratrici di settori tradizionalmente anticiclici. Nel 2020, invece, a soffrire maggiormente sono proprio le donne.
La sperequazione dei compiti di cura emerge anche se si guarda il rovescio della medaglia, ovvero il differenziale nella partecipazione al mercato del lavoro. Giunto al minimo storico nel 2019, il divario nel tasso d'attività tra uomini e donne è tornato a crescere nello scorso anno. Se il delta è però di quasi 19 punti percentuali nel totale della popolazione, tra i genitori veleggia verso i 30 punti e se i figli sono in età pre-scolare arriva a quota 35: quasi il doppio del livello generale.
Detto quel che è accaduto, è prevedibile un recupero? "Se l'andamento economico si confermerà a "V", con una forte ripresa dopo il crollo - dice Lanza - possiamo dire con fiducia che si tratta di occupazione che può ripartire. È bene che il Pnrr insista sull'equilibrio di genere, sono convinta che l'incentivazione per legge sia necessaria nel Paese, come hanno dimostrato le quote rosa".
Il problema della convivenza tra attività di cura e di lavoro non è solo esploso nei numeri della disoccupazione, ma anche all'interno alle aziende. Aprendo a serie riflessioni tra i lavoratori sul proprio futuro professionale. Un colosso della consulenza come Bcg ha indagato l'impatto del Covid 19 sui lavoratori caregiver, oltre 14 mila dipendenti tra Usa, Uk, Germania, Francia, Spagna e Italia. Ne emerge un quadro di forte stress: il 46% delle madri e il 42% dei padri è preoccupato del proprio benessere mentale, percentuali che salgono al 50% e 44% per il benessere fisico (con risultati simili per chi assiste gli adulti). Il 31% delle madri e il 32% di padri con figli under 12 riscontra una diminuzione delle performance di lavoro e il 43% delle madri-lavoratrici si sente "svantaggiato" rispetto a chi non ha figli.
Monia Martini, people e hr operations director di Bcg per Italia, Grecia, Turchia e Israele, invoca "maggiore sostegno da parte dei datori di lavoro" per i caregiver, in particolare in un contesto come quello italiano con la responsabilità di cura in larga parte femminile: "Sono indispensabili le politiche di gestione e incentivo delle risorse umane". Eppure il 20% delle madri ritiene in media che queste esigenze non siano state comprese dai manager. Tanto che ora molte meditano la fuga. Il 16% di chi assiste un adulto e il 14% di chi ha un bambino sotto i 12 anni in Italia non si vede nella stessa azienda entro 6 mesi: un dato doppio rispetto a chi non deve prendersi cura di grandi e piccoli (8%). "Con il tessuto di Piccole e medie imprese italiano, è difficile che a riconoscere il ruolo di caregiver siano le singole aziende", insiste però Lanza. "Servono politiche di tutele a livello pubblico, magari differenziate a seconda degli inquadramenti e della capacità reddituale: non si possono lasciare al buon cuore delle aziende".











