di Giordano Stabile
La Stampa, 4 febbraio 2021
Come è cambiata nei paesi poveri la strategia sanitaria anti-Hiv. L'analisi dello storico Roberto Morozzo della Rocca. "Nessuno si salva da solo", ha ribadito più volte papa Francesco indicando alle nazioni una via condivisa per uscire dall'emergenza Covid a partire dall'accesso universale ai vaccini. L'errore da non ripetere è quello di non estendere ai paesi poveri i trattamenti sanitari come è avvenuto per lunghi anni con le pandemia di Ebola e di Hiv.
A documentare questo tragico errore nella strategia globale di contenimento dei virus è il professor Roberto Morozzo Della Rocca, ordinario di Storia contemporanea all'Università RomaTre e impegnato nei progetti di cooperazione internazionale della Comunità di Sant'Egidio.
Come si è invertita la rotta - Lo storico ha appena pubblicato con Laterza un saggio sulla storia dell'Aids in Africa: "La strage silenziosa. Come l'Africa ha rischiato di morire di Aids e come si è invertita la rotta" (con la prefazione di Jeffrey Sachs).
Un tema particolarmente attuale per la connessione ai temi sanitari dell'emergenza Sars-Cov-2. "Si tratta della storia di una pandemia che ha preceduto in certo senso Ebola e poi ora Covid-19, e che fa riflettere sui comportamenti del nostro mondo globale- spiega alla Stampa.it lo storico Morozzo della Rocca- Mentre in Occidente c'erano le cure, tra 1996 e 2002 in Africa erano considerate impossibili. Così non era, ma dominava un afro-pessimismo. Poiché la gran parte dei malati di Aids era in Africa, si sono avute decine di milioni di morti, evitabili se si fosse osato oltre il politicamente corretto". Vent'anni fa l'Aids ha messo a rischio la sopravvivenza di un intero continente nell'indifferenza delle maggiori istituzioni internazionali. Dal 1996 le cure per l'Aids, in Occidente, esistevano. E si poteva sopravvivere in buona salute.
Cure negate - All'Africa invece le terapie erano negate, sebbene in quell'area i malati si contassero a milioni e non a migliaia come nei paesi ricchi. Perché questo doppio standard? Si dubitava della capacità degli africani di assumere regolarmente le medicine; le fragili sanità pubbliche africane erano considerate inefficienti; i costosi farmaci antiretrovirali contro l'Aids, che in Occidente salvavano vite, apparivano un lusso (senza però che i corrispettivi farmaci generici, a basso costo, fossero presi in considerazione, per tutelare gli interessi delle multinazionali farmaceutiche). Dominava insomma un afro-pessimismo: curare i malati di Aids nelle regioni subsahariane veniva giudicato una perdita di tempo e denaro. E intanto, la durata media della vita crollava e le economie collassavano. Malgrado gli sforzi di figure come Kofi Annan, Stephen Lewis, Jeffrey Sachs e di tanti medici e volontari sul campo, l'opzione terapeutica si sarebbe affermata in Africa lentamente. L'accesso universale alle terapie sarebbe stato convenuto a livello internazionale soltanto intorno al 2015. La storia di come si è invertita la rotta nel nome della necessità di salvare il numero più alto possibile di vite è una lezione esemplare che ci può aiutare ad affrontare meglio il presente.











