di Piero Sorrentino
Il Mattino, 2 novembre 2020
Parlare o scrivere su quello che potrebbe accadere il giorno dopo, ormai, è diventato difficile. Viviamo schiacciati dentro un orizzonte di tempo che si fa sempre più sottile e indecifrabile. Tuttavia, quello che sarebbe successo era già chiaro da molti mesi.
Sapevamo da tempo della seconda ondata. Paventavamo gli ospedali pieni e la diffusione incontrollata del virus. Paradossi della vita al tempo della pandemia. Stiamo scivolando con una velocità incontrollabile su un piano inclinato, al termine del quale c'è però qualcosa che conoscevamo da tempo. Tutto è veloce e tutto, contemporaneamente, è immobile.
Tutto è ignoto e tutto è risaputo, già visto, già sentito. Ad ogni modo, è probabile che alla fine di questa giornata saremo tutti davanti al televisore acceso ad ascoltare, con il solito misto di angoscia e incredulità, i contenuti del nuovo provvedimento di chiusura.
Quali che ne saranno i contenuti, Dpcm e ordinanze regionali troveranno ad accoglierli una Napoli slabbrata, chiusa e incattivita. Non canteremo dai balconi, non esporremo striscioni coi colori dell'arcobaleno e no, non diremo che andrà tutto bene e ne usciremo migliori. Se è innanzitutto la politica a cadere a pezzi sotto i colpi della indecisione, del traccheggiamento, della confusione, della molta voglia di parlare e della poca voglia di decidere, in una colpevole immobilità della quale rischiamo di pagare pesanti conseguenze, va detto che in questo secondo giro la crisi sembra aver investito anche l'idea stessa di cittadinanza, di collettività, di unione tra diversi, di mutua solidarietà. Le condizioni della politica sono un fatto grave e preoccupante.
Ma altrettanto grave e preoccupante è che troppi cittadini si stanno convincendo dell'immodificabilità di tali condizioni perché le vedono fondersi ai segnali di un degrado più generale, al cui centro c'è un dato nuovo e inquietante: la latitanza della responsabilità personale. Molti cittadini, in altri termini, si stanno convincendo dell'idea che possono contare solo su sé stessi e sulla loro famiglia, sui loro affetti più prossimi, su quello che ricade esclusivamente sotto il dominio del sé, del proprio benessere, della propria sicurezza e del proprio divertimento.
Una parte per nulla trascurabile di cittadinanza - certo, con tutte le luminose eccezioni del caso - tenuta insieme dalla ricerca della felicità privata, che non sembra più convocata a sacrificare se stessa in nome di ideali comunitari o politici, assecondando ormai in massa una tentazione che era stata perseguita in molti tempi e in molti luoghi, ma che in poche epoche - forse nemmeno all'epoca della guerra - era riuscita a diventare così visibile ed egemone.
Sennò. in che altro modo dare un senso alle immagini delle strade affollate, del lungomare inondato di gente, dei ristoranti affollati? Al centro storico, sabato, era tutto un affollarsi di gruppi per il brunch di Halloween, cominciato intorno a ora di pranzo. E come leggere l'irritazione più o meno mascherata, quando non le vere e proprie opposizioni, di inquilini e amministratori di condominio che si lamentano delle code di persone potenzialmente positive in attesa di sottoporsi al tampone presso i centri privati, la gran parte dei quali si trovano appunto nei condomini?
E la sensazione di questo ripiegamento ciò che oggi - nella città offesa dal virus e umiliata dalla crisi sociale, dalla Whirpool che chiude senza troppi complimenti e manda per strada centinaia di famiglie, nella Napoli mortificata e incarognita dei tantissimi microimprenditori, commercianti, lavoratori regolari e in nero che stentano la vita, nella Napoli del cosiddetto Paese reale, è questa sensazione che più contribuisce a moltiplicare ogni egoismo ma anche a far scricchiolare ogni fiducia sul fatto che, da tutto questo, se ne possa uscire non migliori, ma nemmeno con le ossa rotte e con l'umore sotto i tacchi.
Se è vero che oggi Napoli sente in questi termini, se percepisce su di sé la latitanza della sfera pubblica, un vuoto e una confusione di indirizzo, di controllo, o viceversa un troppo pieno di Stato, con una incontrollata e contraddittoria superfetazione di interventi, ordinanze, regolamenti, non è perché sia impazzita di colpo.
Ma perché sente che, nella bufera del virus, c'è stata una progressiva perdita di identificazione emotiva e culturale con gli altri - i più deboli, gli svantaggiati, i poveri, gli anziani, i disabili, i non-garantiti - con la conseguente, inevitabile rinuncia a portarne la responsabilità.
"C'è sì la guerra fredda che non è finita, e continuano anche alcuni spargimenti di sangue locali, ma la gente che è al riparo li guarda come grandinate estive in un giorno di sole" scriveva in un suo saggio del19 61 Italo Calvino. Si riferiva all'inattesa e imprevista ripresa economica che si era aperta nel dopoguerra. Sembra che parli di noi, oggi, tentati di guardare al riparo delle nostre garanzie e dei nostri piccoli egoismi i chicchi fatali della grandine chiamata Covid.










