Vincenzo M. Siniscalchi
Il Mattino, 12 marzo 2021
Di questi giorni la notizia del contagio da Covid-19 che ha aggredito, anche con esito letale, agenti della Polizia penitenziaria in servizio nella casa detentiva di Carinola. Ancora: appena rientrato nella struttura minorile di Villa di Briano un minore si è tolto la vita.
Così, con una drammatica sequenza quasi quotidiana torna alla ribalta, pur con motivazioni differenti, il problema della sicurezza dei luoghi di detenzione in Italia, un problema che lo scorso anno era esploso con le azioni dimostrative dei detenuti di molte carceri italiane e con il bilancio sinistro di tredici detenuti morti.
La nomina a ministra della Giustizia della costituzionalista Marta Cartabia è certamente un segnale confortante per chi crede che vada data una diversa e maggiore attenzione a questo problema. Basterebbe, a conferma della fiducia che va riposta nella ministra, il ricordo delle approfondite analisi che la Guardasigilli ha fatto, allorché si impegnò, in occasione della serie di percorsi di visite e di approfondite analisi delle realtà carcerarie iniziati con la presidenza del magistrato e giurista Giorgio Lattanzi.
Indubbiamente quei percorsi hanno consentito di radiografare in profondità la realtà della detenzione di uomini e donne sottoposti a regime di custodia in carcere. C'è una sorta di lume che si accende ogni qual volta si scandaglia la realtà della visibilità carceraria ed il lume è rappresentato dagli articoli 27 Cost. ("funzione rieducativa della pena" e "valore umano della pena") e articolo 32 Cost. ("tutela della salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività").
Risale al 1975 la legge n. 354 di riforma dell'ordinamento penitenziario ma, anche con gli interventi che si sono succeduti nel tempo questa normativa, a parte il valore dei precetti costituzionali, nella applicazione pratica e nella concreta interpretazione giurisprudenziale ha fatto registrare molte censure ad opera della Cedu (Commissione europea per i diritti umani).
A richiamare l'attenzione dei governi vi sono state sempre prese di posizione della Unione delle Camere Penali e della Magistratura associata, in particolar modo, di quella che svolge le funzioni di Tribunali e giudici di Sorveglianza.
Tra gli altri, è intervenuto sulla questione della doverosa trasparenza in tema di accertamento delle cause della morte dei detenuti nello scorso anno il magistrato Riccardo de Vito, giudice di sorveglianza, presidente di Magistratura Democratica. Proprio sul punto della necessità di una doverosa trasparenza De Vito aveva sollecitato al predecessore della Cartabia una chiarificazione su quanto accaduto nelle carceri italiane nella estate dello scorso anno con l'impressionante bilancio di tanti decessi.
In effetti, si chiede - e la richiesta è stata reiterata in sede parlamentare - di conoscere con completezza di riferimenti quali sono le cause di quelle morti tra detenuti. Dal precedente ministro della Giustizia era stato comunicato solamente che si era avviata una inchiesta ma gli esiti non risultano noti. Si sa soltanto che il vertice del Dipartimento amministrazione penitenziaria rappresentato dal magistrato Basentini era stato rimosso e sostituito con il procuratore della Repubblica Dino Petralia già autorevole componente del Consiglio superiore della Magistratura. Va subito detto, per doverosa chiarezza, che le speranze di interventi che si pongono sull'esercizio delle sue funzioni da parte della ministra Cartabia, hanno già ricevuto un confortante segnale in occasione della interlocuzione che la professoressa Cartabia ha stabilito con il Garante dei detenuti professor Mauro Palma.
Importante diviene il riferimento (essenziale per una reale riforma dell'ordinamento penitenziario) all'attività dell'Autorità di garanzia che di recente ha depositato la relazione annuale, di per se stessa ricca di inoppugnabili ed approfonditi passaggi che analizzano minuziosamente le riduzioni di ogni garanzia reale di vivibilità e di sicurezza delle carceri italiane (significative anche le analisi che formulano le autorità regionali di garanzia con particolare riguardo alle carceri della Campania).
Ora è tempo di concentrare l'attenzione sull'imponente documentazione che questa Autorità di garanzia unitamente alle ispezioni ministeriali offre alla riflessione e allo studio del legislatore affinché si possa finalmente passare dalle enunciazioni astrattamente umanitarie alle riforme necessarie anche per assicurare trasparenza e conoscenza sullo stato delle inchieste giudiziarie che dovrebbero fare luce soprattutto sugli eventi conseguenti alle manifestazioni di protesta.











