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di Monica Ricci Sargentini


Corriere della Sera, 6 ottobre 2020

 

È dal 2014 che l'amministrazione Modi ostacola le attività delle organizzazioni filantropiche e umanitarie che ricevono finanziamenti dall'estero. Non è un momento facile per le organizzazioni che si occupano di diritti umani nel mondo. La pandemia da coronavirus ha monopolizzato l'attenzione generale e non pochi Paesi ne stanno approfittando per reprimere il dissenso.

Il caso più clamoroso è quello dell'India dove il 29 settembre Amnesty International ha annunciato la sospensione di tutte le attività dopo che il governo aveva ordinato il congelamento dei suoi conti bancari. Non era mai successo prima che l'Ong chiudesse i battenti in uno Stato di questa grandezza e, per giunta, una democrazia. "È un giorno vergognoso per l'India: una potenza emergente, uno Stato membro del Consiglio Onu dei diritti umani, la cui Costituzione contiene impegni per i diritti umani, cerca di ridurre al silenzio chi chiede giustizia" aveva commentato Julie Verhaar, la segretaria generale ad interim di AI.

Nel 2018 il ministero dell'Interno aveva cancellato le licenze di 20 mila Ong. Il 25 ottobre dello stesso anno un gruppo di funzionari dell'Agenzia delle Entrate aveva fatto irruzione nella sede centrale di AI alla ricerca di documentazione contabile già resa pubblica. Nel giugno 2019 all'organizzazione umanitaria era stato impedito di tenere una conferenza stampa sulle violazioni dei diritti umani in Jammu e Kashmir. Il 15 novembre dello stesso anno c'era stato un nuovo raid negli uffici dell'associazione e nell'abitazione del direttore generale. Poi il congelamento dei conti e l'inevitabile chiusura. Il risultato non sembra aver appagato il premier Modi che ha anche inasprito il Foreign Contribution Regulation Act (Fcra) varato nel 2010 per limitare le attività dei gruppi critici. Nel mirino anche le associazioni cristiane, accusate di antinazionalismo.