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di Venanzio Postiglione

Corriere della Sera, 19 giugno 2026

Così Trump ha definito il Papa per gli inviti alla pace e gli allarmi sulla guerra. Leone XIV ha risposto “io non ho paura”, riaccendendo un’altra (antica) verità: la mitezza non è arrendevolezza, solo una certa tracotanza può associare due termini così lontani. Parola che ci riguarda. Ci appartiene. Ci fa scattare l’empatia. Perché da sempre, dalla notte dei tempi, è associata all’idea di cura, generosità, sostegno, attenzione, solidarietà. In tutte o quasi tutte le civiltà, in forme diverse, nei modi più vari: ma con un sentire comune. La parola è “debole”. Quando chiedono agli antropologi quale sia stato il primo segno di umanità, la risposta è affascinante: un femore guarito. Perché i “primitivi”, che da quel momento non furono più “primitivi”, invece di abbandonare il malato lo protessero e nutrirono per mesi e mesi. Fino al suo ritorno nella comunità.

E invece. Un giorno, a sorpresa, Trump ha ribaltato un’altra zona di conforto della nostra coscienza. Visto che papa Leone invitava alla pace, invece che alla guerra, pensate un po’, The Donald l’ha definito “debole”. Da saltare sulla sedia. Non solo per l’aggressione verbale, non solo per il fatto inedito, un presidente americano contro il Pontefice, ma anche per una questione più profonda. Che a distanza di tempo appare evidente. Cioè l’uso del termine “debole” come insulto. La parola che, da sempre, porta verso il rispetto e la sensibilità, trasformata in un randello sulla testa del fragile o presunto fragile. La risposta del Papa, “io non ho paura”, ha riacceso anche un’altra (antica) verità: la mitezza non è arrendevolezza, solo una certa tracotanza può associare due termini così lontani.

C’è un passo del Vangelo di Luca che è nell’anima di (quasi) tutti, cattolici o atei, laici o credenti. “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…”. Derubato, bastonato, lasciato lì. Due persone passano e vanno oltre, il Samaritano “lo vide e ne ebbe compassione… lo portò in una locanda e si prese cura di lui”. Compassione, prendersi cura. Il racconto del viandante che si occupa dello sconosciuto andrebbe consigliato a un po’ di leader del mondo che si dicono cristiani e devoti: ma qualcuno avrà strappato proprio quella pagina dal Vangelo che hanno a casa, non è colpa loro. Il 4 aprile 1968 Robert Kennedy atterra a Indianapolis per le primarie presidenziali, gli dicono che Martin Luther King è stato assassinato. Cerca di fermare la rivolta. “Ciò di cui abbiamo bisogno negli Stati Uniti non è odio, non è violenza e rifiuto della legge, ma è amore, saggezza e compassione gli uni verso gli altri”. Usa quel termine, in inglese “compassion”, lo stesso che il buon Samaritano pronuncia in greco antico. Vuol dire soffrire assieme, sentire assieme, con la radice “pathos” che è il codice genetico dell’umanità.

Pianeta 2030, il bellissimo evento del Corriere, si è chiuso chiacchierando con l’intelligenza artificiale. Nulla di definitivo, niente di sicuro, il tema è incerto e cambia ogni settimana. Ma alla domanda sull’umanità l’AI è stata molto cauta, per ora: “Non ho desideri, non ho compassione. Non mi sveglio la mattina pensando che il mondo debba essere salvato”. Frase inquietante o forse incoraggiante: c’è ancora spazio e tempo per noi, sul fronte dell’empatia. Parlando a Barcellona, intanto, Prevost ha ignorato la furia di Trump: “Non possiamo credere in Gesù e fare la guerra”. Persevera, papa Leone. La debolezza è sorprendente.