di Daniele Aristarco*
Il Manifesto, 26 luglio 2026
Una legge che interviene sui giovani dovrebbe misurarsi con ciò che sappiamo dell’adolescenza e con la responsabilità educativa nei loro confronti. Quando pubblicò “Dei delitti e delle pene”, Cesare Beccaria aveva poco più di venticinque anni. In quelle pagine scrive che non è l’asprezza della punizione a prevenire i reati, ma la certezza della giustizia. Eppure, ogni volta che la sicurezza diventa un tema politico, qualcuno promette di aumentare le pene. Lo dimostra anche il disegno di legge ribattezzato “ddl anti-maranza”.
Tra le sue disposizioni, una stabilisce che tra i quattordici e i diciotto anni la capacità di intendere e di volere viene presunta, salvo prova contraria. Può sembrare un cambiamento tecnico. In realtà ogni legge, prima ancora di vietare o prescrivere comportamenti, esprime un’idea di persona e di società. Una legge che interviene sui giovani dovrebbe misurarsi con ciò che oggi sappiamo dell’adolescenza e con la responsabilità educativa che decide di assumersi nei loro confronti.
Le etichette sono strumenti potentissimi della comunicazione pubblica. Sembrano individuare con precisione il problema, mentre spesso si limitano a ridurre storie differenti a un’unica categoria. Negli ultimi anni abbiamo imparato quanto il linguaggio possa riconoscere o cancellare una persona. È curioso che questa sensibilità venga meno proprio quando parliamo degli adolescenti. E una volta modificato un principio del diritto, esso non riguarda più soltanto i cosiddetti “maranza”: riguarda ogni giovane sottoposto a procedimento penale.
La società ha il dovere di perseguire i reati e tutelare le vittime. Sappiamo che l’adolescenza è la fase della vita in cui, dopo la prima infanzia, il cervello attraversa la più profonda riorganizzazione. È l’età della sperimentazione, dell’impulsività. È l’età delle metamorfosi. Ricordarlo non significa giustificare la violenza. Significa riconoscere una delle condizioni necessarie per prevenirla. La medicina ha compiuto il suo più grande progresso quando ha smesso di limitarsi ai sintomi e ha iniziato a cercarne le cause, per poter intervenire attraverso la cura e la prevenzione. La politica dovrebbe avere la stessa ambizione. Per questo molti magistrati minorili, operatori e studiosi hanno espresso dubbi non solo sull’efficacia della riforma, ma anche sul modello culturale che la ispira. Il rischio, osservano, è che finisca per contare soprattutto il reato, e sempre meno la persona.
Se l’estate è tempo di letture, mi permetto di suggerire un libro forse utile anche a chi questa riforma l’ha scritta. Si intitola Tsotsi, è di Athol Fugard (minimum fax). “Tsotsi”, nelle township sudafricane, significa “teppista”. È il nome con cui il protagonista finisce per identificarsi, fino a dimenticare quello ricevuto alla nascita, perché “si era imposto di non riflettere su se stesso, di non sapere niente del proprio passato”. Dopo aver rubato un’automobile scopre che sul sedile posteriore c’è un neonato. Prendersi cura di quel bambino lo costringe, lentamente, a ritrovare se stesso e il proprio nome. Un nome costringe a riconoscere una persona, una storia e una possibilità. Sotto le etichette, le storie scompaiono e le persone finiscono per coincidere con i loro errori. L’adolescenza smette di essere l’età della metamorfosi e diventa una categoria da sorvegliare e punire.
*Daniele Aristarco è un prolifico scrittore per ragazzi/e, sempre attento alla storia e memoria. Fra i suoi ultimi libri c’è anche il G8 2001 di Genova, “Tutto quello che brucia” (Feltrinelli). L’8 settembre, sempre con Feltrinelli, uscirà “Ogni giorno vale” (scritto con Anna De Giovanni).










