di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 23 maggio 2023
Alla fine capiamo che popolo vuol dire tutto e niente. Eppure per i populisti il popolo lo si riconosce in quella parte degli abitanti di un paese che si identifica con un capo. La parola popolo echeggia su molte bocche in questo periodo. Chi rappresenta meglio il popolo? Chi ne fa gli interessi? Ma cosa si intende quando si parla di popolo? Nella Storia la parola ha avuto tanti significati. Per alcuni il popolo è semplicemente la gente che abita in uno spazio preciso: città, paese, continente. Per altri si identifica con i cittadini, quindi coloro che si riconoscono come parte di una nazione. Per altri il popolo è solo la parte povera del paese: contadini, operai, artigiani. Per altri è fatto solo da esclusi, emarginati, diseredati. Il dizionario spiega che sinonimo di popolo è: comunità, gente, stirpe. Ma anche: lavoratori, classe, proletariato, volgo, plebe, massa, folla, moltitudine, pubblico. Una vastità di significati. Alla fine capiamo che popolo vuol dire tutto e niente. Eppure per i populisti il popolo lo si riconosce in quella parte degli abitanti di un paese che si identifica con un capo.
Per non farsi accusare di tirannia si spiegherà che il capo è stato “eletto dal popolo” per l’appunto, ovvero da una maggioranza di coloro che hanno votato (che spesso consiste in una minoranza della popolazione di un paese) ma per costoro, incriticabile, inamovibile. Il capo è il capo e ha un rapporto simbiotico e sacrale con il suo popolo. Chi si oppone è un pericoloso nemico; del popolo naturalmente, e cioè del capo. Ma i giornalisti, gli insegnanti, gli artisti sono da considerarsi popolo? Sembra di no, perché i giornalisti hanno la brutta abitudine di cercare la verità e quindi non possono considerarsi popolo; gli insegnanti troppo spesso si considerano indipendenti dal pensiero unico e quindi possibili sobillatori e traditori della Patria. In quanto agli artisti, per carità, hanno idee strampalate, pretendono di raccontare il paese e le sue contraddizioni, inoltre guadagnano con le loro opere e non dipendono dallo Stato, sono spregevoli radical chic. E gli operai? Una volta, i socialisti li indicavano come popolo, ma ora dove sono gli operai che per via delle macchine si sono trasformati in tecnici? E le donne? Quando fanno figli e si riconoscono nel capo, certo; ma se pretendono di pensare con la propria testa e portare avanti una professione, non sono più popolo ma arroganti femministe. Ecco le insidie della parola popolo, che viene usata troppo spesso per giustificare arbitrii, privilegi e prevaricazioni.










