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di Guido Camera

Il Dubbio, 13 settembre 2026

Emma Bonino è stata una donna di parte. Aveva convinzioni fortissime e le difendeva senza nasconderle. Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Emma Bonino. E oggi, nel momento in cui se ne va, il primo sentimento che provo è quello della gratitudine. Perché incontrare una persona che ha attraversato più di mezzo secolo della storia politica italiana senza mai rinunciare alla propria libertà è qualcosa che lascia un segno, anche quando non se ne condividono tutte le idee.

Forse è proprio da qui che bisognerebbe partire per ricordarla. Emma Bonino è stata una donna di parte, nel significato più nobile della parola. Aveva convinzioni fortissime e le difendeva senza nasconderle, anche quando erano minoritarie, scomode, talvolta impopolari. Ma non ha mai avuto bisogno di negare dignità a chi la pensava diversamente. In un tempo nel quale il dibattito pubblico sembra sempre più spesso costringerci a scegliere tra l’adesione e la delegittimazione, la sua storia ci ricorda una regola elementare della democrazia: si può combattere un’idea e rispettare profondamente la persona che la sostiene.

È anche per questo che credo che oggi Emma Bonino possa essere ricordata con ammirazione non soltanto dal mondo radicale e liberale nel quale è cresciuta, ma anche da chi, per formazione cattolica, moderata o conservatrice, ha dissentito da alcune delle battaglie che hanno segnato la sua vita. Non occorre condividere ogni scelta per riconoscere il coraggio di chi accetta di pagarne il prezzo.

Bonino lo ha fatto per decenni. Lo ha fatto per i diritti civili, per la moratoria universale della pena di morte, contro le mutilazioni genitali femminili, per i diritti delle donne e per l’Europa. E lo ha fatto con una caratteristica che oggi appare quasi rivoluzionaria: non misurava la bontà di una causa sulla sua popolarità. Prima venivano le convinzioni. Poi, eventualmente, il consenso.

C’è però un filo ancora più profondo che attraversa la sua storia e che sento particolarmente vicino all’esperienza di Italiastatodidiritto: la convinzione che il potere debba sempre incontrare un limite nella libertà e nella dignità della persona e che il diritto non sia soltanto un insieme di regole, ma lo strumento attraverso il quale quella libertà può diventare concreta. È una convinzione che può assumere forme diverse e condurre anche a conclusioni differenti. Ma appartiene alla migliore tradizione dello Stato di diritto: quella per cui nessuna maggioranza, nessuna ragion di Stato e nessuna convenienza politica possono rendere irrilevante l’individuo. Per questo la sua figura supera il perimetro delle battaglie radicali.

Emma Bonino appartiene a quella generazione di politici per i quali la politica non era innanzitutto una professione, una tecnica di comunicazione o la ricerca quotidiana del consenso. Era una scelta di vita. Significava esporsi, prendere posizione, rischiare di perdere e, qualche volta, restare soli. C’è una parola che descrive bene tutto questo: coerenza. Non la coerenza ottusa di chi non cambia mai opinione, ma quella più difficile di chi conserva nel tempo un criterio con il quale giudicare le proprie scelte. Nel suo caso quel criterio è stato la libertà della persona. Ed è forse questa la lezione più importante che Emma Bonino lascia alla politica italiana.

La democrazia non vive soltanto delle maggioranze che governano. Ha bisogno delle minoranze che pongono domande, delle coscienze che disturbano, delle persone disposte a sostenere una causa prima di sapere se sarà vincente. Molte delle battaglie che Bonino ha iniziato quando sembravano impossibili sono diventate, negli anni, patrimonio condiviso. Altre continueranno a dividerci. Ed è giusto così: una democrazia nella quale non esistessero più ragioni profonde di dissenso sarebbe una democrazia molto povera.

Ma esiste qualcosa che viene prima del consenso e persino del dissenso: il riconoscimento della statura di chi ha dedicato la propria esistenza al bene pubblico secondo la propria coscienza. Per questo oggi, anche da posizioni culturali differenti dalle sue, credo si possa semplicemente dire: grazie, Emma. L’Italia perde una delle sue donne più libere. E la libertà, quando è autentica, lascia un vuoto anche in chi non l’ha sempre pensata allo stesso modo.